Come da copione, secondo il volere del compianto Marchionne, ad un anno e mezzo dal raggiungimento dell’azzeramento del debito, il gruppo Fiat si è fuso con la Peugeot – Citroen.
Che FCA non avesse più né la forza ne la volontà di andare avanti da sola, lo si era capito dalla stagnazione dei modelli, con conseguente prevedibile crollo delle vendite avvenuto negli ultimi mesi.
I cambiamenti rapidissimi avvenuti negli ultimi tempi nel mondo dell’autotrasporto, con il via alle motorizzazioni elettriche, aveva posto FCA in un angolo, perchè in ritardo sullo sviluppo della tecnologia elettrica e senza le adeguate risorse per intraprendere questa nuova strada.
Del resto, nel piano di Marchionne, la fusione con un altro grande gruppo automobilistico mondiale era la prima cosa da fare una volta raggiunto l’utile operativo e l’azzeramento del debito.
Il matrimonio, solo apparentemente, è stato alla pari.
In realtà è Peugeot che ha comprato Fiat, accettando di mettere di tasca propria quel che mancava per raggiungere la parità di quotazione borsistica.
E perchè questo?
Perchè PSA non ha quel che aveva FCA: i brend premium.
Alfa Romeo, Ferrari, Maserati, Lancia, sono tutti marchi carichi di storia che il mondo ci invidia.
Si tratta solo di farli rivivere per competere con le strapotenti case germaniche, Audi-Porsche, Mercedes e Bmw.
Il mercato USA della Jeep, altro gioiello portato in dote da Marchionne, è l’altro anello che mancava ai transalpini per fare il cosiddetto “salto di qualità”.

Ma ora il dubbio è: cosa ne sarà degli stabilimenti produttivi italiani?
Preso atto che in Francia i governi sono alleati dei due operatori automobilistici nazionali, PSA e Renault, detenendo una rispettiva quota azionaria, hanno per ragioni politiche tutto l’interesse a mantenere i livelli occupazionali nel loro Paese. Ma che situazione c’è in Italia?
Pessima.
Disastrosa.
I governi italiani, quello attuale in particolare, sono avulsi dalla realtà produttiva italiana, specie dopo il bagno di sangue degli anni 70/80 avvenuti con l’AlfaSud, allora azienda statale poi ceduta agli Agnelli ed hanno un rapporto con la realtà produttiva della componentistica deleterio, perchè mirato a succhiarne quanto più sangue si può con tasse e poi ancora tasse. (per finanziare il voto di scambio attraverso il reddito di cittadinanza e i suoi succedanei).
Ecco perchè siamo pessimisti sul fatto che, nella comprovata realtà sovra-produttiva della somma degli stabilimenti presenti in Francia ed in Italia, non saranno proprio quelli italiani i primi ad essere sacrificati.
Melfi, Pomigliano, Mirafiori, Cassino, Grugliasco, Modena … almeno un paio sono già di troppo.
Staremo a vedere.
Certo è che la politica italiana deve svegliarsi. Deve cambiare rotta. Deve abbassare le tasse sul lavoro, depotenziare i sindacati (che ormai rappresentano solo se stessi e non i veri interessi dei lavoratori).
Deve fare quello che i francesi fanno in Francia.
Solo così si potrà garantire un futuro per l’auto italiana.

vittorio belluso

* nella foto di copertina – tratta dal sito Citroen paper.it –  un esempio passato di collaborazione italo francese: la Citroen SM che aveva carrozzeria e sospensioni francesi unite ad un 6 cilindri a V stretto di produzione Modenese.

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