Sanremo, Italia, ore 23,30: un incidente domestico di lieve entità renderebbe necessario il ricorso ad un cerotto emostatico (non un intervento di chirurgia nucleare). Cerco su internet la Farmacia di turno e mi ci reco. L’informazione si rivela errata, ma fortunatamente, accanto alla serranda abbassata, c’è l’indicazione del collega in turno.
Lo raggiungo; porta chiusa, suono il campanello ed attendo. Dopo 30 secondi compare un tizio in pantaloncini e maglietta, che potrebbe essere l’assistente lavapiatti del bar a fianco. Nessuna traccia di camice e Caduceo. Cionindimeno, quando questi mi apre uno sportello laterale largo 10 cm ed alto una trentina, gli rivolgo un “buonasera dottore”, e gli espongo la mia necessità.
Basito, mi risponde che a quell’ora eroga solo farmaci con ricetta medica. Probabilmente, il dotto professionista, a quell’ora, immagina che ci sia un discepolo di Ippocrate in sandali e canottiera che smista ricette come nemmeno uno spacciatore di Ecstasy fuori dalle discoteche (a proposito, siamo a pochi metri dal Teatro Ariston, quello del “Festival della Canzone Italiana”).
Gli dico “mi scusi, se ho una emergenza ORA, e lei è l’UNICO farmacista aperto della città, mi spiega come posso fare?”.
Serafico, di fronte al caso che evidentemente non meriterebbe un episodio del Dr. House, mi dice “vada al Pronto Soccorso”.
Ora, mi spiace dirlo perché l’uomo in mutande rappresenta indegnamente una categoria di cui sono notoriamente amico e che ho sempre difeso nel mio impegno pubblico, ma il (presunto?) farmacista è evidentemente persona di scarsa qualità professionale e di punto valore umano. Ma di lui avrò certamente modo di occuparmi nel divenire.
Ciò che mi lascia esterrefatto è che sia possibile regolamentare un servizio di presidio sanitario (quale, per l’appunto, quello farmaceutico) in modo tale da doversi rimettere tutto sulle spalle (e sui costi) della struttura pubblica.
Se per un piccolo infortunio si prevede che venga intasato il pronto soccorso, impegnandolo inutilmente, e gravando sulle casse pubbliche per ciò che, a pagamento, avrei regolato da solo in due minuti, significa che la concezione che si ha della cosa pubblica è così priva di responsabilità che, forse, non ci meritiamo alcun servizio.
Comincio drammaticamente a pensare che ogni prestazione sanitaria debba essere a pagamento diretto da parte dell’utente.
Vuoi vedere che a quel punto ti ci mandano meno a cuor leggero?
Inutile dire che al Pronto Soccorso non ci sono andato, e che ho tamponato la cosa in modo … artigianale.

Massimo Corsaro

sanremo

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