L’appello alla politica, per quanto disperato, è purtroppo inutile.
E’ la politica la prima responsabile della crisi economica italiana, colei che ha creato i presupposti perchè il boom economico degli anni sessanta e ottanta restino solo un ricordo, che coi sussidi dati a pioggia, la concertazione,  il voto di scambio ed il calare le brache di fronte ai sindacati, ha fatto si che, nell’era della globalizzazione, i paesi del terzo mondo – Cina in testa – si siano letteralmente mangiati la nostra industria.
Ora si chiama in causa DI Maio, ministro ex disoccupato che per sbarcare il lunario – fino all’altro ieri – vendeva gazzose allo stadio del Napoli.
Ma cosa può fare una persona che ha in mente , come risoluzione della povertà, il reddito di cittadinanza che altro non è se non un sussidio a fondo perduto che verrà prelevato proprio da quelle imprese, come la Canepa di qualche anno fa, che producono ancora utili economici, col risultato di appesantirne e pregiudicarne il bilancio?
Con lo sciopero proclamato in questi giorni, si finisce col fare un piacere alla nuova proprietà, un fondo di investimento, che avrà 1 giorno di stipendio in meno da pagare a fronte di poco più di zero ordinativi da evadere.
In cosa si spera?
Che intervenga lo Stato coi soldi dei contribuenti?
Cioè che paghi pantalone?

La Canepa ha imboccato la via del concordato preventivo che prelude al fallimento vero e proprio, purtroppo.

L’Italia è un Paese industrialmente non più competitivo. Il costo del lavoro è troppo alto, le tasse sulle aziende troppe e troppo alte e in continua via di peggioramento, visto che l’incapacità di chi ci governa (dx e sx indistintamente) fa si che a fronte di entrate erariali che diminuiscono si vada a compensazione caricando ulteriormente quelle aziende che invece riescono a produrre ancora utili. 
Così chi si ostina a restare in italia a produrre (non si contano più le industrie che si sono trasferite all’estero), è condannato a fare una brutta fine o a lottare strenuamente a discapito della qualità della propria vita per il solo restare a galla, a meno che, come ha fatto la Fiat del passato o l’Alitalia di ancora oggi, non si ripartiscano le passività sul contribuente italiano.
La soluzione non può essere l’ennesimo finanziamento a fondo perduto dello Stato.
La soluzione è radicale, e nessuno vuole leggerla, visto che andrebbe a toccare nel profondo le cosiddette conquiste sindacali degli anni 70, risultando invisa ai lavoratori.
Per ridare slancio all’industria italiana bisogna abbassarne perentoriamente i costi di produzione, cioè il costo del lavoro.
E ciò vale anche per la Canepa.
E per riuscire a fare questo nelle industrie italiane bisogna, a parità di stipendio, lavorare di più.
Diminuire le ferie annuali e la malattia facile certificata dal medico della mutua compiacente.
Bisogna lavorare di più. Tutti devono lavorare di più.
In palio non c’è alcuna medaglia, ma solo la conservazione del proprio posto di lavoro.

Di fatto, occorre prendere atto che Como non è più la capitale mondiale della moda setaiola. Non contiamo più fra le nostre conoscenze le aziende tessili che hanno chiuso, aziende che un tempo macinavano utili come locomotive.
Quei tempi sono passati.
L’equazione COMO = SETA, non è più valida.
E comincia a farsi strada prepotentemente questa nuova: COMO = TURISMO

L’ unica legge vera la fanno i mercati.
E’ triste. E’ amaro. Ma è così.
L’ unica speranza per i lavoratori della Canepa, è che un nuovo investitore si faccia avanti accollandosi i debiti. Ma chi é così pazzo da investire nell’Italia di oggi in mano ad un bibitaro ed alla CGIL?

vittorio belluso

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