il museo Alfa Romeo di Arese_visitato in questi giorni_è bellissimo, ma purtroppo incompleto.
A differenza del museo Bmw di Monaco che ho visitato, mancavano alcuni pezzi forti, sostituiti da prototipi che non hanno avuto alcun seguito commerciale.
Per esempio mancava la 1750 berlina, o l ‘Alfetta coupè, la 147 del 1994 o, ancora, la Giulietta berlina del 1977.
Ugualmente, il nostro consiglio è di andarci: ne vale veramente la pena.

Mio padre, negli anni 60, era un alfista.
Possedette due Giulia super 1600 (la prima distrutta in un incidente alle porte di Milano), ed una 1750 berlina, Furono le protagoniste dei viaggi di allora della nostra famiglia.

Mio padre era solito decantarmi i pregi che le sue autovetture_Alfa Romeo degli anni 60_ potevano vantare sulla concorrenza: motori interamente in lega di alluminio, cambio a 5 rapporti tutti sincronizzati, 4 freni a disco, sospensioni indipendenti con assale posteriore De Dion, motori a camme in testa, designer unici, come Pininfarina e Bertone.

L’Alfa Romeo era un gioiello di azienda all’avanguardia nella tecnica e nel design.

Almeno fino a che c’è stata la dirigenza scelta e voluta durante il fascismo.
Poi sono arrivati i democristiani e i comunisti e l’azienda ha cominciato la sua inesorabile parabola discendente che ne ha portato alla vendita per troppi debiti, avendo sostituito, come ragione di assunzione, il merito con l’appartenenza politica

Il motore progettato sul finire degli anni sessanta per l’Alfasud, era ugualmente un ottimo motore, a sogliola, che era nei piani di sviluppo Ford nel momento in cui avanzò, nel 1985, una ottima offerta a Finmeccanica per l’acquisizione del marchio Alfa.
Ugualmente, l’Alfasud, fu la causa del fallimento dell’Alfa Romeo.
Il Governo italiano della seconda metà degli anni 60, si mise in testa di industrializzare il Mezzogiorno al fine di combattere la disoccupazione e garantirsi un enorme bacino di voti, costruendo ex novo una mega industria a Pomigliano D’Arco.
I tassi di assenteismo altissimi, con la protezione dei sindacati, la bassa qualità del prodotto finito (le auto cominciavano ad arrugginirsi appena imboccata la rampa in uscita del concessionario), rovinarono l’immagine del marchio, ora non più sinonimo di innovazione e avanguardia ma di cattivo prodotto frammisto a infelici scelte di tendenza.
Fu così che la Bmw, tanto per fare un esempio, surclassò l’Alfa Romeo prendendone il posto nella media borghesia italiana.

vittorio belluso

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