Rispondiamo, per tramite di questo ormai storico blog (almeno per la realtà locale), all’articolo apparso su “La Provincia” di ieri, domenica 16 maggio, a firma Paola Mascolo, riguardante lo sconvolgimento urbanistico che l’attuale amministrazione intende imporre ai residenti di via Sarfatti a Cavallasca, che, infatti, sono sul piede di guerra, pronti a costituire un comitato finalizzato ad una raccolta di firme contro questa eventualità.

Le nostre considerazioni che seguono, (scritte in colore bordeaux), traggono origine dalla testuale dichiarazione del sindaco Mascetti, che, appunto nell’articolo di ieri, parlando dell’allargamento del sagrato della chiesa a spese del doppio senso di marcia, testualmente dichiarava:

La chiesa di Cavallasca e il suo sagrato danno direttamente sulla strada che oggi attraversa la piazza e sulla provinciale.
Quando a fine ottobre si inaugurò la nuova casa parrocchiale con 503 metri quadrati di spazi interni su tre livelli, con sale per le comunità comunitarie, bar e cucina, il fatto di non avere spazi esterni alla chiesa e alla struttura che consentissero alla comunità di riunirsi anche all’esterno della chiesa in sicurezza e tranquillità, si percepì con ancora più disagio.
Con il distanziamento sociale in tempi di Covid, sul sagrato della chiesa spesso non ci si sta, c’è chi, per seguire una funzione o al termine della stessa, è costretto a sostare sugli spartitraffico di fronte alla chiesa, con le auto che transitano sia sulla garibaldina, sia nel passaggio che porta al centro storico di Cavallasca e alle scuole.
(Poi, l’apoteosi:)
Solitamente nei paesi ci sono due riferimenti – aggiunge sempre Mascetti – la piazza della chiesa e il municipio.
A Cavallasca il municipio, dopo la fusione non esiste più, la piazza della chiesa diventa dunque uno spazio fondamentale”.

Considerazioni

Con una casa parrocchiale divenuta semplicemente enorme, autorizzata in un luogo sotto tutela paesaggistica, una casa enorme ma senza nemmeno un posto auto al suo interno, cosa di per se stessa davvero deprecabile, tenuto conto che ad un qualsiasi privato a cui si fosse consentito di edificare quel po’ po’ di roba, si sarebbero imposti come minimo una decina di posti, forse anche di più, e per di più con l’aggravante che tale allargamento serviva e serve in realtà per poter organizzare le famose cene parrocchiali, in cui il lavoro di cucina e servizio ai tavoli è offerto dai parrocchiani, ma il costo della cena senza scontrino (le associazioni parrocchiali non sono tenute ad emetterlo), vanno direttamente nelle casse parrocchiali.
Con tutto quello spazio – dicevamo – ci pare curioso che le persone che frequentano le funzioni, le uniche che nel “Mascetti pensiero” abbiano diritto di socialità, debbano riunirsi a spese della viabilità, ove adesso passa la strada, e non nel retro della chiesa, ove ci sono a disposizione “solamente” 503 metri quadri.
E se un povero, infelice cavallaschino-sanfermino, non fosse credente nella chiesa cattolica?
Se il povero tapino fosse buddista, induista o maomettano?
O magari – non sia mai – un laico! Che fa?
In quanto tale non può riunirsi a Cavallasca, perchè la villa Imbonati è chiusa e altro spazio, (cioè un’altra piazza,) al di fuori del sagrato della chiesa di San Michele, non c’è!
Il sindaco – bontà sua – gli permette di andare a messa, ma solo a messa, offrendogli spazi, panchine in pietra, alberelli e socialità.
A noi appare assurdo tutto ciò.
A Cavallasca è vietato quindi essere laici, (o, più semplicemente, non credenti) e non partecipare alla vita della chiesa.

Il messaggio del sindaco è chiaro e scritto nero su bianco fra le righe dalla bella giornalista, probabilmente sotto dettatura:
se non vai a messa non hai diritto ad una vita sociale.
Peggio per te!

Vittorio Belluso

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