Como vorrebbe assorbire San Fermo (e Cernobbio)

Durante questa settimana si è svolto un Consiglio comunale a Como, durante il quale, anziché parlare di come e quando verrà ripristinata la viabilità lungo la strada garibaldina che collega il capoluogo a San Fermo, si è messa ai voti una mozione del nostro amico De Santis (FdI) che propone la fusione di Como con vari comuni limitrofi, fra cui le ricche San Fermo e Cernobbio, per andare a formare la cosiddetta “Grande Como”

La “Grande Como” è un progetto nato oltre una decina di anni fa sulle pagine del quotidiano “L’Ordine”, un progetto mirante a ridare importanza al capoluogo e, soprattutto, nuove risorse economiche.
La decadenza di Como è sotto gli occhi di tutti, ormai la città è stata superata dalle vicine Lecco e Varese in tutto.
Persino l’ospedale è migrato in periferia, facendo la fortuna del sindaco di San Fermo, grazie alla gestione degli incassi del parcheggio.

La verità, per come la vediamo noi, è che le fusioni fra Comuni, dopo una iniziale “fiammata”, si sono andate spegnendo.
E questo per alcuni motivi.
Il primo è che lo Stato non si è dimostrato un interlocutore affidabile, visto che, per esempio nel nostro caso, ha ridotto in corso d’opera il premio annuale del 25%, con la scusa che non ha soldi. (Per forza, li spreca).
Da 765.973,93 euro ricevuti nel 2017 (promessi inizialmente per tutto il decennio dal 2017 al 2026), la riduzione si aggira intorno alle 150 mila euro annue, ossia un 25% in meno.
Sono sempre dei bei soldoni – certo – ma meno di quanto pattuito.
Lo Stato, quindi, ha dato un segnale devastante a quei Comuni che avevano o hanno ancora intenzione di fondersi, perchè non è certo che mantenga le promesse.
Le fusioni comunali, specie quelle per incorporazione, hanno un fine prettamente economico, mai culturale.
Far venire meno il vantaggio per il cittadino in termini di tasse e servizi, significa disincentivare le fusioni.
Infatti nel 2019 le fusioni in Italia sono state appena 31, di cui solo 6 per incorporazione.
Resta sempre altissimo il numero complessivo dei Comuni, alcuni dei quali, specie nelle comunità montane, di dimensioni ridicole per quanto sono piccoli: 7.914.

Noi auspicavamo e auspichiamo che non possano esistere Comuni sotto i 5000 abitanti, e le ragioni le abbiamo spiegate in passato infinite volte: abbattere i costi fissi; ridurre il numero complessivo degli impiegati comunali, dei segretari e di coloro che percepiscono stipendi gonfiati.
Aumentare il numero delle ore di apertura dei vari sportelli comunali, estendendoli anche al pomeriggio ed al sabato, come tutto il resto del mondo.
Non devono esistere Comuni – come lo era quello di Cavallasca – ove al pomeriggio spariscono tutti.
Non devono esistere Comuni – come lo era quello di Cavallasca – ove metà dell’intero bilancio comunale se ne va in stipendi del personale impiegato.
Non devono esistere Comuni – come lo era quello di Cavallasca – ove un pugno di voti (giusto quello dei dipendenti del Comune), fa la differenza, dando la vittoria a Caio piuttosto che a Tizia, laddove, chiaramente, è Caio che ha promesso nuove indennità o prebende o aumenti di stipendio veri e propri se verrà rieletto.

Quindi, per concludere, sono sicuro che Como non otterrà niente dalla sua manifesta volontà di assorbimento dei Comuni limitrofi.
L’ospedale è a San Fermo e resterà a San Fermo.
Solo un decreto calato dall’alto potrebbe rimetterne in discussione l’appartenenza.
Perchè i sanfermini – che non sono stupidi – non ci pensano nemmeno di finire assorbiti da una città virtualmente fallita, una città che non riesce nemmeno a tenere aperte le proprie strade principali, prendendosi tempi biblici per togliere di mezzo 4 sassi.

vittorio belluso

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