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4 novembre festa della vittoria nella 1°guerra mondiale

Guerra ’15-18′: 650.000 ragazzi italiani nei tritacarne delle trincee

Un’altra verità che non è scritta nei libri di storia

Recentemente l’Italia ha commemorato i 100 anni dall’entrata in guerra contro l’Austria Ungheria, della quale, fino al mese prima, eravamo alleati attraverso il patto della Triplice Intesa.

Fino a non molti anni fa, la ricorrenza del 4 novembre, era festeggiata con un giorno di festa nazionale, con tanto di chiusura di scuole e tricolori alle finestre nelle vie centrali delle città, in ricordo del 4 novembre 1918, giorno della vittoria.
Oggi, tale ricordo, va sbiadendosi, e, con esso, la memoria di quei 650.000 ragazzi, morti in una lotta intestina intra-europea, ed altre 580.000 fra la popolazione civile, che vide nei fronti del Carso in Italia e de La Somme in Francia i suoi più micidiali teatri, senza dimenticare che anche sul fronte russo si combattè, anche lì, con milioni di morti, prima che il virus Lenin, inoculato nel decadente impero zarista dagli stessi tedeschi, provocasse il repentino crollo della monarchia, l’uscita della Russia dalla guerra e l’avvento del comunismo.
In totale, quella guerra assurda, costò la bellezza, fra tutte le nazioni partecipanti al conflitto, di oltre 17milioni di morti.

Fu una guerra di trincea, ovverosia di usura, in cui intere generazioni vennero mandate a macellarsi fra di loro in nome di nazionalismi oggi incomprensibili, per fare la fortuna dei guerrafondai produttori di armi e degli speculatori, che si arricchirono enormemente.

Non so quanto di eroico ci fu, in quei poveri ragazzi.
So che mio nonno ebbe due medaglie d’argento al valor militare, per essere andato a posare i tubi ove far passare la dinamite, fin sotto il filo spinato nemico.

Un’operazione più suicida che coraggiosa, che veniva compiuta da volontari durante la notte, nella speranza di non essere individuati dalle fotoelettriche austriache.

Ugualmente, noi italiani, prima della disfatta di Caporetto, conquistammo qualche lembo di terra ad un prezzo altissimo in vite umane, e la storiografia ha sempre dimenticato di scrivere che i nostri soldati, una volta mandati all’attacco, avevano le mitragliatrici non solo di fronte, ma anche alle spalle: erano le mitragliatrici dei nostri reparti di Polizia e dei Carabinieri, che avevano l’ordine di aprire il fuoco su chiunque avesse indugiato ad esporsi al fuoco nemico.
Quanti dei nostri giovani siano morti così, è un’altra cosa che la storiografia ufficiale ha sempre omesso di riportare.
In molti casi, sia sul Carso che sul fronte de La Somme, i soldati si rifiutarono di andare all’attacco in massa, addirittura fraternizzando col nemico.
Fu così che, i nostri generali, pensarono bene di introdurre la decimazione, così ben descritta da Ernest Hemingway in ‘Addio alle armi’, in cui, a caso, veniva preso e fucilato senza processo un soldato su dieci, facente parte di un reparto che si era ammutinato, rifiutandosi di combattere.

Col senno del poi, non sarebbe stato poi così male, se i soldati di tutti gli eserciti, avessero girato la canna dei propri fucili non più verso altri come loro che spesso poi parlavano pure la stessa lingua ( fronte italiano_ austriaci di madre lingua italiana), ma verso chi li stava scientemente mandando al macello.

vittorio belluso

 

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Uno storico fermo immagine del 22 novembre 1963

Questo fermo immagine è tratto da un filmato originale girato a Dallas il 22 novembre 1963, alla partenza del corteo di auto presidenziale, che di lì ad una manciata di minuti avrebbe visto il presidente degli Stati Uniti, JFC Kenendy, morire a causa di un attentato.
L’immagine dell’uomo texano che fieramente tiene in mano la bandiera secessionista,sebbene non sia mai stata messa in correlazione con l’uccisione del Presidente,  è emblematica del dramma che stava per succedere.

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28 ottobre: anniversario della marcia su Roma

Ricorre oggi, 28 ottobre, l’anniversario della marcia su Roma ideata e pianificata a Cavallasca di San Fermo alla villa del Soldo ove Mussolini si trovava la notte del 28 ottobre in attesa degli sviluppi.

Dopo la presa del potere di Mussolini in Italia si avviò una fase di stabilità e prosperità uscendo quasi indenne dalla crisi economica mondiale del 1929, sino ad indurre il presidente americano Roosevelt a mandare un emissario in Italia per vedere quali misure erano state adottate dal governo italiano per essere usciti in così poco tempo e in modo straordinario dalla crisi.

Purtroppo dopo anni di benessere il regime incappò in madornali sbagli che lo portarono alla disfatta e alla tragica fine di Benito Mussolini.

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9 maggio: Anniversario proclamazione dell’Impero

Il memorabile discorso di Mussolini per la proclamazione dell’Impero.

Oggi 9 Maggio 1936, XXJV anno dell’Era Fascista un grande evento si compie.
L’Italia ha finalmente il suo Impero.
Impero Fascista perchè porta i segni indistruttibili della volontà e della potenza del Littorio romano, perchè questa è la meta verso la quale durante quattordici anni furono sollecitate le energie prorompenti e disciplinate dalle giovani e gagliarde generazioni italiane.
Impero di pace perchè l’Italia vuole la pace per sè e per tutti e si decide alla guerra soltanto quando vi è forzata da imperiose incoercibili necessità di vita.
Impero di civiltà e di umanità per tutte le popolazioni dell’Etiopia. Questo era nella tradizione di Roma, che dopo aver vinto, associava i popoli al suo destino.
Ufficiali, sottufficiali, gregari di tutte le Forze Armate dello Stato. in Africa e in Italia, Camice Nere, Italiani e Italiane, il Popolo italiano ha creato col suo sangue l’Impero. Lo feconderà col suo lavoro e lo difenderà contro chiunque con le sue armi.
In questa certezza suprema levate in alto, legionari, le insegne, il ferro e i cuori a salutare, dopo quindici secoli, la riapparizione dell’Impero sui colli fatali di Roma.

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Giuseppe Fattorini, sindaco illuminato di altri tempi

Raramente abbiamo parlato dell’ex sindaco cavallaschino Fattorini, già tre volte sindaco (due per elezione, una, la prima, per successione in corso d’opera quando ancora questo era consentito dall’ordinamento), a cavallo fra gli anni 80 e 90.
Con Lui Cavallasca subì un’impulso notevole, sia dal punto di vista dei servizi che degli sviluppi urbanistico e viabilistico.
Il trasferimento della sede municipale dalla vecchia e piccola sede alla prestigiosa villa Imbonati, fu sua, come suo il progetto di concentrare attorno alla villa ora semivuota tutti gli altri servizi, dagli ambulatori comunali alla farmacia, anch’essa istituita nel 1993 sotto la sua giurisdizione.
Il progetto, allora valido, era di creare attorno alla villa Imbonati e Butti, il cuore pulsante del paese, recuperando gli stabili monumentali da anni di degrado ed abbandono.

Qualcuno obietterà che i tempi erano diversi da oggi in quanto giravano molti più soldi dallo Stato, che amministrare un comune medio piccolo era più facile di oggi.

Ugualmente non vanno dimenticati i meriti di quest’uomo, che noi personalmente abbiamo sempre considerato e stimato, tuttavia senza riuscire mai a ‘tirarlo’ completamente dalla nostra parte, considerandosi Egli stesso il ‘padre putativo’ dell’amministrazione che ci ha guidato dal 2009 al gennaio di quest’anno, portandoci a schiantare contro il muro.

In questi tempi di incertezza la sua perplessità nell’osservare la situazione politica locale venutasi a creare in seguito all’avvenuta incorporazione di Cavallasca in San Fermo … è anche la nostra.

vittorio belluso

nella foto, l’ex sindaco in una immagine recente

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I ‘passatori’ son tornati

Sui nostri confini con la Svizzera, sta riapparendo una figura che si credeva perduta per sempre dai tempi della seconda guerra mondiale.
E’ stato infatti negli ultimi 2 anni di guerra che ebrei in fuga dalle persecuzioni, sfollati rimasti senza casa a causa dei bombardamenti, renitenti alla leva, tentavano di fuggire in Svizzera attraverso i sentieri semisconosciuti che solo pochi esperti locali conoscevano: erano i ‘passatori’.
Gente che per soldi ti accompagnava di notte fino alla rete del confine.
Spesso, molto spesso, le valigie restavano di qui dalla rete, perchè una volta che il fuggiasco aveva scavalcato la recinzione, il passatore non gliele passava, appropriandosene.
Ecco, ora, quei tempi bui, quei tempi che credevamo sorpassati per sempre e consegnati all’oblio della storia, son tornati.
I ‘passatori’ son tornati.

vittorio belluso

profuga 1

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Mascetti come gli ‘americani’ nel 43

Il punto della situazione dopo la polemica Mascetti – Gagliardi e la richiesta di quest’ultimo del commissariamento

In questo momento Mascetti, agli occhi dei cavallaschini, è al massimo raggiungibile per quanto concerne fiducia, aspettativa e popolarità.
E’ visto come un ‘liberatore, un po’ come gli italiani dell’Italia meridionale videro gli americani nel 43 e nel 44 che, via via, liberavano le città dai nazifascisti, ma anche dalla fame e dalla paura dei bombardamenti, visto che tutti avevano capito che i tedeschi la guerra avrebbero potuto solo perderla e gli alleati vincerla e che l’unica variabile sarebbe stata il tempo che occorreva per mettere la parola fine.
Ora, fatto questo azzardato parallelismo, possiamo affermare che Mascetti ha già vinto le elezioni di primavera, perchè è visto come un liberatore, un uomo che ha saputo contrapporsi al prefetto per quanto concerne l’accoglimento dei clandestini (almeno fino ad ora) nella caserma del Monte Sasso, che ha portato soldi per coprire l’enorme buco di bilancio, che fra poco porterà un giallobus per i bambini mandando in pensione la vecchia carretta inquinante e arrancante di ora, che ha promesso soldi alle varie associazioni, nonché alla parrocchia.

Ha liberato i cavallaschini dall’incubo delle tasse, da un periodo di umiliazioni e polemiche violente, dal rischio di un preoccupante commissariamento, dalle tasse ai massimi consentiti dalla legge.
Il Mascetti, entrando in Cavallasca, non può non essere visto che come un liberatore, come i siciliani, i calabresi, i pugliesi, i campani, videro gli alleati nel 43 quando entravano nelle loro città, con gli Scherman e gettando alla folla festante sigarette, cioccolato e caramelle, tutte letizie oramai dimenticate dagli anni bui delle restrizioni di guerra.
Solo dopo ci si sarebbe resi conto che dietro vi era una colonizzazione in atto, Italia fatta terra di conquista delle multinazionali come la Coca Cola la Ford o la General Motors, che ci avrebbero resi Stato satellite escluso dall’avere una rappresentanza politica autorevole nelle sedi internazionali, che le nostre navi da guerra, orgoglio della regia marina e nostro vanto agli occhi del mondo, sarebbero state inviate alla demolizione quando non cedute a paesi terzi come riparazione in conto di guerra.
In quel momento, tutti avevano occhi solo per le cose belle.
Come a Cavallasca, in questo passaggio storico.

vittorio belluso

 

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Villa Sarfatti sede ideale di un museo del fascismo

Tempo fa Marco Frigerio si è recato in quel di Grandola per un pranzo conviviale con alcune alte personalità.

Fra i commensali era presente anche il Comm. Alberto Botta, noto collezionista di reperti storici mussoliniani, avendo questi a casa sua un vero e proprio museo di pezzi e documenti riconosciuti autentici appartenuti a Benito Mussolini.

Il Botta ha dichiarato al Frigerio che sarebbe disposto a cedere i reperti storici per la creazione di un museo pubblico, la cui sede naturale e logica sarebbe villa Sarfatti, la residenza cavallaschina in cui il duce del fascismo consumò la sua liaison con la contessa Margherita Sarfatti e da cui, alle h 5 del 28 ottobre 1922, partì effettivamente la marcia su Roma.

Se ciò non fosse possibile, sarebbe eventualmente disposto anche a collocare il museo in un’altra sede, che potrebbe essere nel complesso di villa Imbonati.

mussolini_time

Se si potesse realizzare tutto ciò, sarebbe per Cavallasca una nota di vanto e di forte richiamo turistico.

Noi della redazione ci permettiamo di aggiungere che, tale ardita ipotesi, sarebbe auspicabile, come sarebbe auspicabile che la storica villa Sarfatti, ormai in decadenza, ma con ancora tutto il fascino intatto, venisse donata dagli eredi alla comunità cavallaschina.

Un museo del fascismo, qui troverebbe la sua sede storica ideale, essendo Cavallasca non lontana dai percorsi compiuti da Mussolini in fuga nell’aprile del 1945, che, passando anche da Grandola, lo videro giustiziato assieme alla sua amante, Claretta Petacci, davanti ad una villa di Giulino di Mezzegra.

*nella foto il Comm. Cav Alberto Botta col nostro amato Vescovo, Diego Coletti

 

botta coletti

 

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La balaustra forata di Dongo

A chi capitasse di passare per Dongo, consigliamo di fermarsi per una mezz’ora a visitare il museo dei fatti del 2 7 aprile 1945, allorchè i gerarchi catturati durante la loro fuga a Musso, furono passati per le armi dopo un processo sommario.dongo 2
Il fucile mitragliatore in foto, è uguale a quello che, poche ore dopo l’eccidio di Dongo, avrebbe posto fine anche alla vita di Mussolini e della sua amante, la bellissima Claretta Petacci.
L’originale della mitraglietta era conservato a Tirana, Donato dall’assassino a Enver Oxha.

Poi sparito dopo la caduta del comunismo verso la fine degli anni 80,
Si tratta di un mitra francese MAS 35, calibro 7,65 Long. Una schifezza, sostengono gli esperti: impreciso e facile all’inceppamento.dongo 3

La CZ 61 Skorpion, una delle armi preferite dalle Brigate Rosse, usata per ammazzare Aldo Moro, era di là da venire.

Pare, riferiscono i nostri esperti, che Benito e Claretta furono uccisi la notte prima del 28 aprile, e cioè il 27, quando Mussolini cercò di reagire al tentativo di stupro della Petacci, nella camera dove erano stati confinati.
La mattina i partigiani avrebbero inscenato l’esecuzione, per coprire lo stupro con assassinio.
Questo spiegherebbe anche perché lei fosse senza mutandine a piazzale Loreto e i vestiti non presentassero tutti i fori dei proiettili che furono riscontrati sui cadaveri.
La foto della balaustra, prospiciente il municipio/museo, presenta in più punti i fori delle pallottole che vennero sparate nell’esecuzione dei gerarchi fascisti.
La foto in questione, lo fa vedere bene.

dongo 1

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Il palazzo Imbonati di Cavallasca- analogie e legami col Ticino

di Simona Capelli

Questo breve contributo intende proporre alcune ipotesi sulle vicende storico-artistiche del palazzo Imbonati di Cavallasca; purtroppo la mancanza di testimonianze documentarie impedisce di elaborare un discorso certo e fondato, ma permette solo di formulare alcune riflessioni1 . La costruzione del Palazzo Imbonati di Cavallasca avvenne per volontà di Carlo Antonio Imbonati (Como 16 febb.1604-Milano 1682), nobile banchiere comasco, figlio di Francesco Imbonati e Beatrice Meroni2 , il quale dopo aver sposato, il 14 ottobre 1649, Giulia Anastasia Odescalchi (Como 15.5.1625-13- 04-1691), del ramo dei marchesi di Fino, figlia di Plinio Odescalchi e di Livia Vittoria Turconi3 , cugina di quarto grado di Benedetto Odescalchi (pontefice con il nome di Innocenzo XI dal 1676)4 , decise di far erigere una dimora dove poter trascorrere lunghi periodi di vacanza, dato che risiedeva a Milano in Porta Nuova dipendente dalla parrocchia di Santo Stefano in Nosiggia5 . In realtà la scelta di edificare la propria villa a Cavallasca era dettata più da motivazioni pratiche che estetiche: la zona era infatti particolarmente adatta alla coltivazione della vite e siccome Carlo Imbonati nel 1650 acquistò il diritto dei dazi e dell’introduzione dei vini nella città di Como6 è legittimo pensare che il podere cavallaschino gli sarebbe valso una grande fortuna proprio grazie alla produzione vinicola. La struttura architettonica attuale, anche se con successivi interventi, è stata realizzata a partire dagli anni cinquanta del Seicento, ma sorge su rustici preesistenti, come ha rivelato il restauro architettonico7 ; la famiglia Imbonati, infatti, fin dal 1586 possedeva terreni a Cavallasca8 . Dall’edificio sono riemerse alcune date che testimoniano le varie fasi di costruzione: l’anno 16579 è inciso sulla chiave di volta del portale che consentiva l’accesso alle scuderie, la data 1656 si trova sul pavimento acciottolato del salone principale e la data 1675 è posta sulla campana in bronzo della torre campanaria e un’altra volta sul camino esterno. Il palazzo risponde ai canoni architettonici della prima metà del Seicento e rimanda alle tipologie degli edifici a blocco, chiusi e compatti: un corpo centrale rettangolare evidenziato in altezza con due ali laterali destinati alla servitù e alle scuderie, anche se in questo caso ne è stata realizzata solo una; annessa alla costruzione venne edificata la cappella ottagonale a due ordini, dedicata ai santi Carlo e Antonio10. L’intervento di restauro ha confermato che la villa è stata oggetto nel corso dei secoli successivi di numerose modifiche sia nei prospetti principali, in cui sono stati introdotti camini e altre rifiniture, sia nelle partiture delle finestre con l’aggiunta di falsi infissi dipinti. Sono stati poi edificati due corpi di fabbrica posticci di modeste dimensioni antistanti il palazzo. La residenza Imbonati alla morte di Carlo Antonio11 passò al figlio naturale Giovanni Andrea (1642-1726) che sposò Marianna Peri, mentre l’altro figlio naturale Giuseppe Maria (1649-1683) sposò nel 1673 Anna Clelia Serbelloni, figlia del conte Gabrio e di Porzia Longhi di Novara12; morto Giovanni Andrea, il complesso passò al figlio Giuseppe Maria (Milano1688-1768)13, letterato e importante membro dell’Accademia degli Arcadi di Milano, marito della pastorella arcade Tullia Francesca Bicetti: fu grazie a loro due che palazzo Imbonati divenne sede degli incontri dei membri dell’Accademia dei Trasformati14. Il conte Imbonati morì nel 1768 e la villa passò all’unico erede maschio Giovanni Carlo, che nel 1801 vendette tutte le proprietà di Cavallasca15; la dimora fu acquistata da Cesare Somigliana con procura al cittadino Giò Butti (figlio di Giuseppe) di Cavallasca che la tenne fino al 1919, anno in cui fu venduta a Ernesto Bayet, diplomatico belga che morì nel 1935 e così l’immobile passò alla famiglia Torno. Nel dopoguerra la villa venne adibita a granaio e abitata da diversi contadini del paese fino al 1983, quando fu acquistata dal Comune. Al centro della facciata c’è un portale in pietra arenaria: è fiancheggiato da due lesene sormontate da maschere leonine. Un’altra maschera leonina è posta al centro del bugnato che collega l’arco con l’architrave. Sopra l’architrave entro un timpano spezzato c’è un ovale in pietra decorato che contiene i due stemmi Imbonati e Odescalchi16. Molto interessante è la decorazione ad affresco distribuita sul soffitto dei locali a pianterreno e nella fascia alta delle pareti del piano nobile, coperto da soffitti lignei dipinti a tempera “a passasotto”, analoghi nella decorazione a quelli della villa Rusca – Odescalchi – Raimondi di Gironico al Monte17. Lo schema decorativo, i soggetti e la realizzazione variano di sala in sala, tanto che possono essere ascritti a mani diverse e a differenti fasi cronologiche. Nella volta a padiglione dell’atrio sono raffigurati due amorini inseriti in un medaglione in stucco dorato che ricordano l’analoga decorazione di Palazzo Arese Borromeo a Cesano Maderno18, dall’atrio si accede alla grande sala con all’interno una grotta in tufo rivestita con acciottolato a mosaico policromo, conchiglie e sovrastata dallo stemma degli Imbonati 19. La struttura richiama il ninfeo di Villa Litta a Lainate, ma la peculiarità della grotta di palazzo Imbonati è che si trova all’interno dell’edificio; una soluzione simile fu attuata per il Ninfeo di Palazzo Borromeo a Cesano Maderno che è inserito nella struttura del palazzo e non nel giardino20. Il salone ha un pavimento in acciottolato policromo musivo con al centro gli stemmi delle famiglie Imbonati e Odescalchi, una serie di animali tra cui spicca la salamandra e la data 1656. Non c’è da meravigliarsi se per gli Imbonati l’acqua aveva un ruolo fondamentale sia per le proprie finanze sia per i divertimenti degli ospiti: del resto l’importanza dell’acqua come risorsa finanziaria e elemento ludico era già stata posta in risalto dalla nobiltà milanese e in particolare da Pirro I Visconti Borromeo (1560-1604) l’ideatore del Ninfeo di Lainate21, cui sembra essersi ispirato l’architetto del palazzo cavallaschino. Pietro Buzzetti, alla fine del XIX secolo, così descriveva il salone del palazzo: Gli episodi rappresentati ad affresco nei riquadri dei soffitti delle sale del piano terreno sono tratti dalle storie bibliche dell’Antico Testamento: nella volta del salone principale entro un riquadro a stucco sono raffigurati Agar e Ismaele; a destra del salone si apre una sala di dimensioni ridotte rispetto alla precedente con al centro Lot e le figlie; tra queste due sale ci sono due stanze contigue che presentano rispettivamente, all’interno di cornici in gesso decorate da fiori, foglie e festoni, Tobiolo e l’angelo e la Guarigione di Tobi. Nella sala a est è raffigurato il tema di Jefte sacrifica la figlia, mentre nella stanza vicina all’atrio è rappresentata l’allegoria della Fortuna, posta in piedi su un grande globo di pietra mentre sta spargendo monete d’oro e nella mano sinistra tiene la corona, lo scettro e la palma. L’iconografia deriva dal celebre dipinto di Guido Reni (Roma, Città del Vaticano, Pinacoteca Vaticana) soggetto molto replicato anche nelle incisioni, basti citare quella realizzata dall’incisore Gerolamo Scarsello; sono inoltre note diverse versioni pittoriche realizzate da Guido Reni e dai suoi seguaci24, la versione cavallaschina rispetto a tutte le altre manca della presenza di Amore, il puttino alato che afferra la Fortuna per i capelli. Per gli evidenti scarti stilistici, l’episodio di Jefte e la Fortuna sono senza dubbio di altra mano rispetto agli altri; i dipinti sono legati da una accurata impaginazione iconografica che rimanda alle vicende famigliari ImbonatiOdescalchi: il forte divario di età tra l’Imbonati e Giulia Odescalchi (ben 21anni di differenza), l’età avanzata dello sposo, che prese moglie a 45 anni suonati, e infine l’impossibilità di Giulia di procreare e quindi la legittimazione dei due figli naturali. Per quanto riguarda la datazione di questo nucleo è possibile ipotizzare una cronologia vicino alla data 1656 posta sul pavimento acciottolato del salone principale. Un imponente scalone addossato alla parete, con una balaustra barocca, conduce al piano nobile. Al termine della prima rampa al centro della parete di fondo è raffigurata ad affresco l’Immacolata Concezione25 dentro una ricca cornice a stucco sorretta da quattro angeli: due di questi (quelli in basso) tengono tra le mani delle palme, al culmine della cornice un nastro con un fiocco completa la decorazione plastica. La volta dello scalone presenta l’affresco più grande di tutto l’impianto decorativo: l’Incoronazione della Vergine. Per entrambi gli affreschi è possibile proporre in questa sede il nome dell’artista Pietro Bianchi detto il Bustino (Como, attivo tra il 1681-1720)26: le due Madonne infatti sono molto simili a quelle presenti negli affreschi del Bustino, come ad esempio nella visione apocalittica di San Giovanni Evangelista e Profeti (Morbio Superiore, chiesa di Sant’Anna) o alla versione nella chiesa della Madonna del Ronco di Brienno, le teste degli angeli dell’affresco cavallaschino sembrano richiamare quelli presenti nella volta della cappella del Rosario della chiesa di Sant’Antonio a Morbegno27. Di grande fattura è la decorazione plastica che racchiude l’Immacolata Concezione: l’impianto sembra aderire ai modelli dello stuccatore- scultore Giovan Battista Barberini di Laino (1625-1692), in modo particolare nell’elaborazione della cornice a festoni vegetali vicina a quelle che avvolgono i tondi raffiguranti profeti e santi nella volta della chiesa di Santa Cecilia a Como, mentre i visi e i capelli degli angeli presentano una fisionomia e un’elaborazione che richiama il mondo barocco romano e in particolare i volti degli angeli di Gian Lorenzo Bernini; degno di nota è anche il particolare del drago, realizzato in stucco, posto sotto il crescente lunare della Vergine. È tuttavia possibile proporre un’attribuzione allo stuccatore Agostino Silva (Morbio Inferiore1628-1706)28 per evidenti analogie stilistiche con le sue opere certe. In particolare la realizzazione del nastro è analoga a quella presente nell’arco d’ingresso al presbiterio della chiesa di Sant’Anna a Morbio Superiore, così come le figure di angeli sono analoghe a quelli presenti nella chiesa ticinese. Il Bianchi da Como aveva inoltre collaborato spesso con i Silva nei cantieri lariani e ticinesi, quindi il lavoro cavallaschino confermerebbe il loro sodalizio; inoltre la famiglia dei Silva aveva come assidui committenti gli Odescalchi29, a queste considerazioni va aggiunto che Sabina Gavazzi Nizzola e MariaClotile Magni hanno attribuito gli stucchi della cappella del palazzo Imbonati proprio ad Agostino Silva che le avrebbe realizzate a partire dal 167530. A queste osservazioni se ne può aggiungere un’altra relativa alla progettazione del palazzo Imbonati: non sono ancora stati trovati documenti che possano attestare la paternità progettuale del complesso, ma si potrebbe forse avanzarne l’attribuzione allo stesso Agostino Silva per alcuni elementi che non sembrano certo frutto di casualità; secondo gli studiosi lo stuccatore ticinese avrebbe progettato la villa del conte Ippolito Turconi a Loverciano presso Mendrisio31, la madre di Giulia Odescalchi era una Turconi32- nobile famiglia comasca con una cappella nella chiesa domenicana di San Giovanni in Pedemonte33- quindi questo potrebbe aver contribuito alla scelta di un architetto già attivo per la nobile famiglia. Resta ancora problematico avanzare un’ipotesi di datazione: se nel caso degli affreschi del piano terreno è possibile, dati i legami con le vicende familiari Imbonati-Odescalchi, pensare a una datazione che risalga alla metà del XVII secolo, per questi si può proporre, come già avevo avuto modo di asserire, una datazione attorno agli anni ottanta del XVII secolo, come tributo da parte della cugina, alla venerazione della Vergine promossa da papa Odescalchi34. Dal ballatoio che corona lo scalone si accede alla sala più ampia di tutto il palazzo: il soffitto è a “passasotto” affrescato con decorazioni (cartocci vegetali), mentre lungo tutto il percorso della sala, al di sotto del soffitto, secondo una tipologia molto diffusa nelle dimore lombarde del XVII-XVIII secolo, si snoda un fregio a parete affrescato con tematiche mitologiche collegate all’ambiente marino, quadrature architettoniche, festoni, pilastri scanalati e balconate. I temi dipinti entro ricchi festoni vegetali sono il Ratto d’Europa (parete lunga a sinistra), il Trionfo di Nettuno (parete lunga a destra), il Ratto di Deianira (parete corta, verso l’ingresso) e la Fuga di Clelia (parete corta, il verso giardino). Gli episodi sono intercalati dalla presenza di una lussuosa balaustra con dipinto lo stemma delle famiglie Imbonati, Odescalchi, Peri e Serbelloni, sulla quale siedono putti che giocano con vasi di fiori35. Sul lato sinistro della sala c’è un grande camino con una decorazione a stucco composta da due figure allegoriche di difficile identificazione, poste ai lati di un grande cartiglio entro cui sono inseriti gli stemmi delle rispettive famiglie: in basso a destra quello degli Imbonati, a fianco quello dei Peri36, sopra quelli Odescalchi e Serbelloni37. Dal punto di vista qualitativo questa è senza alcun dubbio la sala con le decorazioni più belle di tutto il palazzo: l’anonimo artista palesa affinità sia nelle soluzioni compositive sia nella resa pittorica, con il tratto dei fratelli Stefano e Giuseppe Montalto, e non sarebbe certo errato pensare alla bottega dei maestri bergamaschi dal momento che Giuseppe era attivo a Como per la decorazione della cappella Odescalchi nella chiesa domenicana di San Giovanni in Pedemonte38. L’affresco raffigurante il Ratto d’Europa è l’episodio più importante del salone, lo stesso soggetto, pur con evidenti differenze stilistiche, è presente anche nella sala della Villa Turconi di Loverciano; il racconto è narrato nella Metamorfosi di Ovidio (II, 836-875) ed ebbe una vasta diffusione iconografica tra Cinque e Seicento, per la possibilità di raffigurare i singoli episodi di cui si compone la storia mitologica. Giove innamoratosi di Europa, principessa fenicia, assunse le sembianze di un toro e raggiunse la spiaggia dove Europa era solita trattenersi con le ancelle. Una volta conquistata la sua fiducia, ottenne che la fanciulla gli salisse sul dorso e mentre questa era intenta a coprirgli il capo di fiori, Giove balzò in mare e la rapì portandola a Creta dove in seguito visse. Nel riquadro in analisi sono raffigurate a destra le ancelle che osservano Europa in groppa al toro mentre cavalca i flutti; in alto a sinistra due puttini hanno tra le mani una ghirlanda di fiori. Il senso del procedere tra i flutti, è dato dal nastro svolazzante posto dietro Europa, e dal gesto in cerca di equilibrio della donna che richiama i versi ovidiani: «Ella s’impaurisce: rapita, si volge a guardare la spiaggia lontana; a un corno si afferra con la mano destra» (II, 873-875) Di elevata qualità è la caminiera in stucco (collocata sotto l’affresco raffigurante il Ratto d’Europa), molto vicina nei modi a quella del piano nobile di Palazzo Odescalchi a Como, realizzata da Agostino Silva39. Sulla parete lunga di destra è narrato il Trionfo di Nettuno: il Dio del mare è raffigurato in piedi tra le onde sul suo carro trainato da cavalli marini che si impennano e sta minacciando con il suo tridente i venti sotto forma di nuvole, sul carro è rappresentata anche Anfitrite che era stata rapita dal Dio del mare. Nel Ratto di Deianira, posto sulla parete corta verso l’ingresso, l’anonimo artista raffigura il centauro Nesso mentre sta rapendo Deianira moglie di Ercole; sulla parete corta, verso il giardino, è raffigurata la fuga di Clelia figura della mitologia romana che fu presa in ostaggio da Porsenna ma riuscì a fuggire con alcune compagne dal campo etrusco e attraversando il Tevere a nuoto raggiunse Roma. La sala successiva presenta la stessa organizzazione decorativa della precedente, con gli affreschi de Il Giudizio di Paride, Diana e Atteone, Perseo e Andromeda, Pan e Siringa, circondati da ricchi festoni sorretti da satiri seduti tra capitelli a volute sotto un lucernario da cui si scorge il cielo. Nei riquadri raffiguranti Perseo e Andromeda, Pan e Siringa due Amadriadi sono collocate ai lati della cornice e reggono festoni vegetali. Si tratta dello stesso artista che ha decorato la sala precedente vista l’analoga cifra stilistica. Nel Giudizio di Paride il principe troiano è raffigurato a sinistra mentre sta assegnando la mela d’oro a Venere, raffigurata con il piccolo Eros mentre Giunone procede verso Minerva seduta sulla destra dell’affresco con l’elmo in testa e a fianco i simboli delle arti. L’episodio di Diana e Atteone è tratto dalle Metamorfosi di Ovidio (Libro III, 138-253): il giovane principe Atteone andando a caccia nella foresta passò dalla grotta dove Diana e le sue compagne stavano facendo il bagno. Diana, essendo stata vista nuda, trasformò il principe in cervo. In questo fregio compare Atteone in primo piano a destra mentre si sta tramutando in cervo di cui ha già la testa, Diana è rappresentata al centro mentre getta in faccia l’acqua ad Atteone, sulla sinistra ci sono le compagne della Dea che osservano la trasformazione. La raffigurazione di Atteone con la testa da cervo sembra richiamare quella analoga realizzata da Parmigianino a Fontanellato tra il 1524 e il 1525. Nel riquadro raffigurante Perseo e Andromeda (Metamorfosi, Libro IV, 665- 739) è rappresentato sulla destra l’eroe greco mentre sta sorvolando il mostro in groppa al suo cavallo Pegaso, Andromeda è invece incatenata alla roccia.
In quello raffigurante Pan e Siringa (Metamorfosi, Libro I, 689-713) l’anonimo artista ha privilegiato il momento della fuga della amadriade Siringa, di cui non mostra la finale trasformazione, dalla divinità dei boschi dai piedi caprini. La scena è ambientata nel folto di un canneto con a fianco un corso d’acqua. La convulsa drammaticità dell’episodio si concentra sulla contrapposizione tra la figura di Pan che tende il braccio verso la giovane e quella della ninfa che mostra le braccia sollevate in senso di paura e impotenza. Due stanze di eguale ampiezza completano il lato sud del piano nobile; le decorazioni presentano la stessa partitura architettonica decorata: quadrature, festoni vegetali, nastri svolazzanti e putti che giocano con vasi di fiori che circondano ovali raffiguranti nella prima stanza, nella quale si riconoscono i ritratti del conte Giuseppe Maria Imbonati e della moglie Tullia Francesca Bicetti, le Arti (Musica, Scultura, Pittura e Letteratura) e nella seconda le Quattro Stagioni. Chiudono il programma decorativo due stanze con dipinti poco leggibili con vedute architettoniche e boscherecce. In un riquadro della prima stanza si può riconoscere il mito di Apollo e Dafne, mentre nell’ultima sala c’è la raffigurazione della villa stessa.

I problemi maggiori, che restano tuttora aperti, riguardano principalmente la datazione del complesso decorativo dell’intero palazzo, principalmente per la totale assenza di riscontri documentari. Tutto questo fa sì che si debba procedere per ipotesi basate su pochi indizi nell’elaborazione della cronologia del vasto apparato pittorico e nelle motivazioni che hanno determinato la scelta dei soggetti raffigurati. Resta dunque innegabile il ruolo primario svolto da Carlo Antonio Imbonati nell’edificazione del palazzo per evidenti riscontri cronologici (citati all’inizio dell’elaborato), e di fatto la villa fu l’espressione visiva e visibile del salto di qualità economico, dovuto alle indubbie capacità imprenditoriali di Carlo Antonio, e sociale dato dal matrimonio con Giulia Odescalchi, ma per quanto riguarda la decorazione pittorica del piano nobile è più probabile che spetti a momenti successivi e quindi alla committenza del figlio Giovanni Andrea e del nipote Giuseppe Maria. Le decorazioni mitologiche del piano nobile che occupano i due grandi saloni sono ascrivibili su basi stilistiche all’ultimo ventennio del XVII secolo, ciò potrebbe essere ulteriormente confermato dagli stemmi nobiliari posti sul camino tra cui anche quelli delle famiglie delle consorti dei due figli naturali di Carlo Antonio Imbonati; inoltre un riquadro raffigura il mito della Fuga di Clelia e Anna Clelia Serbelloni era il nome della moglie di Giuseppe Maria. Mentre gli affreschi delle sale successive (piano nobile) rivelano un carattere decisamente provinciale, nel ciclo mitologico la grammatica pittorica e l’elaborazione delle quadrature (realizzate da un valido quadraturista) sono aggiornate al linguaggio barocco di respiro lombardo. Nelle salette attigue ai grandi saloni i temi decorati, e cioè le Quattro stagioni, le Arti e i numerosi ricchi paesaggi (oggi quasi del tutto illeggibili), fanno pensare all’ambiente dell’Arcadia e quindi alla committenza di Giuseppe Maria Imbonati (come conferma il suo stesso ritratto) che potrebbe aver patrocinato anche l’esecuzione del portale in arenaria. A questo proposito giova puntualizzare che nell’ode scritta dal Bicetti40 si legge: «…Dal mio Vesalno in tante fogge ornata…». Vesalno Acreio era lo pseudonimo arcade di Giuseppe Maria, indicato come responsabile dei lavori di ornamentazione della villa. Terminando questa succinta ricognizione circa la genesi e la decorazione dell’edificio è necessario sottolineare come restino aperti e del tutto indagabili i campi di ricerca relativi alla passione collezionistica di Carlo Antonio Imbonati41 dal momento che nella sua collezione si trovavano due opere di Camillo Procaccini: il martirio di Sant’Andrea e il martirio di San Bartolomeo, come annotava Carlo Cesare Malvasia nella Felsina pittrice42; è altresi da indagare anche il ruolo che Giuseppe Maria Imbonati ebbe nel mondo del collezionismo dell’epoca considerato che era proprietario di un dipinto di Alessandro Magnasco raffigurante l’Assalto di briganti43. Un altro aspetto che deve essere considerato è il confronto con le ville e i palazzi limitrofi, come ad esempio villa Ciceri-Verga a San Fermo della Battaglia, villa palazzo Odescalchi a Parè, villa Raimondi-Odescalchi-Mantica a Gironico, di cui peraltro non esistono studi scientifici adeguati.

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La vera eziologia del nome Cavallasca

Sull’eziologia del nome di Cavallasca, sono state dette e scritte molte invenzioni di pura fantasia

La memoria storica alla quale attingiamo è quella della dott.essa Carolina Sassi_farmacista, che è nata a Parè_Colverde nel 1922 ed ha lavorato a stretto contatto con la popolazione di Cavallasca per oltre 50 anni e ci ha tramandato la memoria storica di suo padre, Giuseppe Sassi_farmacista, che era nato a Caversaccio e che fondò la farmacia di Parè (che ancora porta il suoi nome) nel lontano 1913.giuseppe sassi
A monte della piazza di Cavallasca, coperta dal cemento e dall’asfalto nella seconda metà degli anni 60, i 3 corsi d’acqua (ruscelli) si chiamano tutti Asca, compreso quello con la piccola cascata all’inizio di via Sarfatti che è poi quello che passa direttamente sotto la piazza in linea di continuità col vero e proprio Seveso, a differenza degli altri due corsi che si congiungono ad esso passando dall’altra parte, uno sotto la provinciale all’altezza del cimitero (il secondo corso d’acqua di via Sarfatti) ed il terzo più a monte, fino a congiungersi al primo dei tre all’altezza della Valgrande.
E’ alla confluenza dei tre canali di scolo collinari, che il corso d’acqua prende le sembianze di un vero e proprio fiume, ed è ufficialmente da qui che comincia a chiamarsi Seveso.
Dal momento che un tempo di cui si è perduta la memoria, i tre rigagnoli si chiamavano Asca e coprivano interamente il primo insediamento abitativo del nucleo a monte della attuale piazza Garibaldi, il nome del centro abitativo stesso venne chiamato Cavallasca = a cavallo dell’Asca.

Quanto scritto è quanto risulta, come già specificato, dalla memoria tramandata dai nostri avi.

vittorio belluso

cavallasca55 (600 x 455)

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“Se Mussolini avesse davvero voluto scappare in Svizzera, sarebbe passato proprio da Cavallasca”

La tesi che Mussolini, nei convulsi giorni del 25/26/27/28 aprile, volesse fuggire in Svizzera, secondo lo storico cavallaschino Moiregirf, è un falso.mussolini_time

Secondo la tesi del’illustre concittadino, infatti, quando Mussolini vene a Como, all’indomani del XXV aprile, lo fece per organizzare l’ultimo ridotto in Valtellina, una volta concentrati i 5000 irriducibili fascisti che Pavolini gli aveva promesso.

La fuga in Svizzera, per contro, Mussolini la ebbe a portata di mano per quasi 48 ore, gli sarebbe bastato, da Como, portarsi a Cavallasca, distante un tiro di schioppo dal capoluogo, e fare come, per oltre due anni, avevano già fatto centinaia di migliaia di persone, in fuga dalla guerra, chi perchè perseguitato dal nazi fascismo, chi perchè renitente alla leva e chi, in ultimo, perchè perseguitato dai partigiani.

Dice quindi, con testuali parole, il noto storico Moiregirf:
bisogna sfatare la credenza che Mussolini sia andato sul lago per scappare in Svizzera, se fosse stato per quello sarebbe venuto a Cavallasca, territorio che conosceva bene, dato che la marcia su Roma parti proprio da qui, il 27 ottobre del 1922, più precisamente dal ‘Soldo’, residenza estiva di Margherita Sarfatti.
A Cavallasca, di passaggi aperti, ce n’erano più d’uno, e lo sapevano tutti.
Il più aperto ed usato, era quello della Maiocca.
Io a quei tempi c’ero, e lo sentivo dire da mio padre”.

Tutto il resto è storia, ma quanto riportato qui sopra, è assolutamente inedito.

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I Butti di Cavallasca: 7 sindaci in famiglia

Riproponiamo l’articolo sui sette sindaci Butti pubblicato a suo tempo da Renato Leoni

Sette sindaci in poco più di un secolo,dal 1864 al 1971. Singolare sequenza quella maturata in seno a una dinastia, i Butti le cui radici in paese risalgono al seicento.
Diede il via a questa successione curiosa e quasi dinastica di primi cittadini del paese nel 1864, Francesco Butti, sposato con la contessa Eleonora Valle, figlio dell’ingegner Giuseppe , che aveva acquistato nel 1801 la storica villa Imbonati, non lasciò traccia nel suo biennio scarso di governo locale (morì meno di due anni dopo la propria elezione).
Aveva militato in gioventù nelle truppe napoleoniche ed è certa la sua partecipazione nel 1813 alla battaglia di Lipsia con Napoleone.
Sindaco di Cavallasca fu poi il fratello Luigi Butti. Il suo mandato amministrativo fu altrettanto breve, essendo anch’egli stato eletto in tarda età: fu primo cittadino negli anni 1868 e 1870.
Ben più marcata impronta e memorie ben più consistenti furono invece lasciate dal nipote Giuseppe Butti.
La storia del paese lo ebbe per protagonista per lungo tempo e per motivazioni anche diverse dal suo incarico di sindaco, durato senza interruzioni per ventiquattro anni, dal 1871 al 1894. Forte personalità, estroso ed instancabile interprete di una società e di una cultura che abbinavano valori patriottici ed esigenze dell’economia locale, aveva preso parte, a vent’anni, alle Cinque Giornate di Como.

Ferito nell’assalto alla polveriera di villa Geno, non esitò ad unirsi alla colonna Arcioni per combattere gli austriaci in altre zone del Regno lombardo_veneto. Nel 1859 nella sua residenza, ancor oggi nota come villa Imbonati e sede municipale aveva ospitato lo stato maggiore dei Cacciatori delle Alpi offrendo informazioni a Garibaldi prima della Battaglia di San Fermo. Altri meriti e altre vicende lo resero sempre più popolare.

Il nomignolo di Peppot affibbiatogli dai suoi conterranei disegna con incisiva efficacia le sue qualità fisiche e morali. Due matrimoni e sette figli. Agricoltore esperto e cultore appassionato delle sue vigne, produttrici del non dimenticato “bianco di Cavallasca”. Hobby ben nutriti dalle sue possibilità finanziarie e dalla sua generosità: la caccia e l’opera lirica.
A lui, botanico eccellente e promotore di convivi letterari e musicali, capitò, per motivi e legami familiari , di ospitare nella sua villa anche il giovane Luigi Pirandello.
Era l’anno 1889. Il futuro celebre scrittore siciliano vi trascorse qualche settimana prima della sua trasferta in Germania per gli studi universitari. Si parlò allora persino del fidanzamento di una figlia dell’esuberante sindaco con un fratello di Pirandello.
Giuseppe Butti morì ad 81 anni per una polmonite contratta andando a piedi al teatro Sociale di Como per assistere, come sempre aveva fatto, ad uno spettacolo della stagione lirica. Il busto di marmo che lo ricorda, custodito nella casa dei pronipoti Frigerio, Marco e Giovanni, lo ritrae con la dovuta dose di verismo.
Il figlio Luigi Butti, quartogenito  del vigoroso Peppot, divenne sindaco nel 1898. La sua gestione dorò sino al 1920, immersa nella trasformazione del paese prima e dopo la guerra mondiale. Primi insediamenti artigianali e industriali nel tessuto economico locale, anche quì sino all’alba del Novecento radicato quasi solo nella produzione agricola. Anni contrassegnati dalla costruzione del primo acquedotto, dalle fortificazioni del Monte Sasso, dalla strada che da Carbonera porta alla cima del monte Sasso stesso.
Un altro esponente della famiglia , Giovanni Butti per qualche mese del 1920 era subentrato nella carica di sindaco a Luigi Butti.
Il fratello Francesco Butti, sindaco di San Fermo della Battaglia dal 1896 al 1910, venne nominato podestà di Breccia, San Fermo e Cavallasca nel 1926. Designazione di breve durata, essendo egli morto nell’ottobre del 26.
I Butti nel 1919 avevano venduto la storica villa Imbonati  al barone belga Ernesto Bayet e si erano trasferiti nella meno nobile, ma pur sempre spaziosa ed antica Carbonera.

Quì arrivava con una certa frequenza l’ammiraglio, conte Raffaele De Courten, ministro della marina dal 1943 al 46, che aveva sposato una cugina di Augusto e Giuseppina Butti, ultimi eredi di un casato cui resta intensamente legato anche lo sviluppo demografico e sociale del paese (abitanti quasi raddoppiati nel decennio 1961 1971.)
La riconquistata autonomia comunale, nel 1957, ebbe tra i protagonisti il mite e bonario Augusto Butti, eletto proprio in quell’anno. Rimase in carica sino al 1971: promosse la costruzione della scuola elementare, l’adeguamento della rete di illuminazione e di quella idrica nella fase di espansione residenziale registrata con l’arrivo do notevoli flussi migratori prima dalla Valtellina e dal Veneto e poi dal meridione.
I quindici anni di guida pacata e saggia del Comune da parte del nipote dell’esplosivo ed impulsivo Peppot hanno chiuso con dignità la serie dei sette sindaci Butti.
Le vicende liete tristi del ceppo familiare riflettono l’evoluzione dell’intero paese.

 

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Famiglia Butti, non solo famiglia di sindaci, ma anche di sacerdoti

Riproponiamo l’articolo sui sacerdoti Butti pubblicato a suo tempo da Renato Leoni

E’ nota come Villa Imbonati, perchè erano stati questi nobili milanesi a farla costruire nell’attuale sede municipale di Cavallasca.

Ma dal 1801 alla fine della prima guerra mondiale la villa fu residenza di quella famiglia Butti che diede el paese una vera e propria ” dinastia ” di sindaci in poco più di un secolo e per la precisione dal 1864 al 1971.

Sono stati infatti sette i primi cittadini presenti sull’albero genealogico del casato che aveva qui possedimenti già nel 1642 quando il vescovo Lorenzo Carafino fece compilare un inventario dei beni parrocchiali.

Le vicende ottocentesche dei Butti e della loro spaziosa ed elegante residenza annoverano pure le nascite di sacerdoti, don Giuseppe e don Francesco, che furono il primo parroco di Drezzo dal 1823 al 1882 e l’altro parroco di Trevano quando questa comunità assunse una sua autonomia ecclesiale.

Don Giuseppe Butti si è guadagnato un posto nelle cronache risorgimentali comasche come consulente topografico di Giuseppe Garibaldi avendo segnalato al generale proprio su sua richiesta di percorso da compire per conquistare Como e l’insediamento austriaco in quel di san Fermo.

A lui oltre che ovviamente all’omonimo nipote detto Peppot che aveva ereditato Villa Imbonati si deve l’accampamento in casa Butti del quartier generale dei Cacciatori delle Alpi alla vigilia dell’arcinota battaglia di San Fermo. Estroso e ricercato poeta il vivace parroco di Drezzo una raccolta di versi da lui espressi in occasione di avvenimenti, di nozze, di anniversari.

Un’altra presenza di rilievo in qull’epoca in casa Butti fu quella di don Giuseppe Livio, cognato dei Butti avendo un fratello suo sposato Luigia Butti sorella del parroco di Drezzo. cappellano del ” Benefizio Butti” e quindi della chiesetta di San Carlo di pertinenza del casato, fu il primo sindaco di Cavallasca dopo l’unità d’Italia.

E per altri quindici anni fu assessore dello stesso comune.

Un ottocento quindi non privo di impegni e di allori della famiglia Butti che vide preti e garibaldini accomunati dalla volontà di porre fine alla dominazione austriaca ed inizio all’indipendenza dello Stato italiano.

 

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Meravigliosa Toscana

Ci sono molti modi di fare una vacanza.

Quello che personalmente prediligo, è viaggiare.
Nel movimento, si vedono e conoscono cose sempre nuove e, perlomeno in Italia, capita spesso di imbattersi in opere d’arte uniche al mondo, custodi di un passato storico che affonda le sue radici nel medio evo.
E’ il caso della Toscana, una terra meravigliosa, in cui tutto è cultura, anche il gustare le prelibatezze della cucina locale.
Spesso, i castelli visitati, sono in uno stato di conservazione appena discreto, mete di turismo da tutto il mondo.
Ugualmente, se ci si ferma, anche solo per un attimo, a pensare quanta vita e quanti episodi storici tali mura sono depositarie, si resta annichiliti, senza parole.
E’ il caso del monte La Verna, ove San Francesco soggiornò alcuni anni e ove ricevette le stigmate, o del castello Guidi a Poppi, ove avvenne la battaglia di Campaldino, che si combatté poco distante dal Castello dei Conti Guidi sabato 11 giugno 1289, giorno di San Barnaba, tra l’esercito guelfo di Firenze e le milizie aretine appoggiate dalla feudalità ghibellina della Toscana centromeridionale, è una delle rare battaglie campali di grossa dimensione combattute in tutto il Medioevo nell’Italia centrale cui prese parte anche Dante Alighieri. schierato fra i Feditori di Vieri dei Cerchi, che erano Guelfi bianchi fiorentini.

vittorio belluso

nelle foto che seguono:
casa natale di Michelangelo Bonarroti;
veduta panoramica di Radda in Chianti
veduta panoramica del monte La Verna
Pisa: p.za dei Miracoli
Cucina tipica toscana: i pici cacio e pepe e al sugo d’anatra

3

buonarroti casa nataleradda in chianti 2monte la verna

 

cucina toscana 2

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Due membri dei Merry Boys oggi fanno parte del circolo mandolinistico ‘Aurora’

La foto pubblicata, rarissima, ci è stata inviata da un fan del gruppo attualmente residente all’estero, è relativa ai Merry Boys, il gruppo musicale che imperversò nelle balere di tutta la Lombardia sul finire degli anni 60 inizio degli anni 70, ed è stata scattata nel 1969, nell’oratorio di Cavallasca.
i ‘Merry Boys‘,che ebbero un momento di notevole popolarità sul finire degli anni 60.
Il genere musicale che il quintetto suonava nei locali era il classico melodico italiano, con propensione per il ballo liscio.

Il gruppo musicale, nella foto datata 1967, era composto da:
Gianni Corti, (oggi residente a Cavallasca), Riccardo Casartelli (residente a Cavallasca), Antonio Franzese (perse le tracce), Giuseppe Marte (residente a Cavallasca) e l’anima del gruppo, Aldo Aguglia.(probabilmente la persona al centro nella foto).
Il quintetto venne fondato nel 1965 e si sciolse agli inizi del 1972, a causa delle sopravvenute mogli le quali, assai preoccupate, non vedevano molto di buon occhio che i propri mariti stessero a zonzo per locali dell’hinterland milanese fino all’alba, spesso anche in posti non propriamente noti per la propria ‘buona fama’.

Nel 1968, il gruppo toccò il suo apice di notorietà, partecipando ad un concorso indetto ad Ariccia da Teddy Reno, marito di Rita Pavone.

Negli ultimi tempi, due dei facenti parte del gruppo musicale, e precisamente Gianni Corti e Giuseppe Marte, si sono esibiti presso villa Imbonati, al cospetto del sindaco e di molti cittadini, in un concerto di mandolino di una orchestra di Vacallo, chiamata ‘Aurora’.
Il Marte risulta essere ancora in attività, dopo una recente operazione alla spalla a causa di una lesione forse causata dal troppo uso della chitarra.
Viceversa Riccardo Casartelli, si è stabilito a Cavallasca, ed oggi è un tifoso del Milan che suona ‘in banda’ a San Fermo, oltre che tenero nonno.
In ultimo, Gianni Corti, come del resto anche Giuseppe Marte, come il buon vino, invecchiando sono andati migliorando ed oggi sono cuore e anima del gruppo musicale ‘Aurora’, che si esibirà il 14 giugno prossimo a Vacallo alle h 17,30, presso l’aula magna della scuola elementare locale.

merry boys 2

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Merry Boys_1967

La foto ritrae un gruppo musicale, i ‘Merry Boys‘, che ebbe un momento di vero fulgore sul finire degli anni 60.

Il genere musicale che il quintetto suonava nei locali era il classico melodico italiano.

Il gruppo musicale, nella foto datata 1967, era composto da:

Gianni Corti, (residente a Cavallasca), Riccardo Casartelli (residente a Cavallasca), Antonio Franzese, Giuseppe Marte (residente a Cavallasca) e l’anima del gruppo, Aldo Aguglia.

Il quintetto venne fondato nel 1965 e si sciolse agli inizi del 1972, a causa dei matrimoni che impedirono ai cinque di proseguire con le loro esibizioni canore notturne nei locali.

Nel 1968, il gruppo toccò il suo apice di notorietà, partecipando ad un concorso indetto ad Ariccia da Teddy Reno, marito di Rita Pavone.

Pochi giorni fa, due dei facenti parte del gruppo musicale, e precisamente Gianni Corti e Giuseppe Marte, si sono esibiti presso villa Imbonati, al cospetto del sindaco e di molti cittadini, in un concerto di mandolino di una orchestra di Vacallo, chiamata ‘Aurora’.

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Via Sarfatti: storia dell’antica Tessitura Serica-Lombarda

Uno sguardo nel passato

Nei primi anni del ‘900′, a Cavallasca, in via Sarfatti, si trovava una tessitura il cui titolare era Vittore Guglielmetti.
Nel 1921,
Riccardo Villani venne a sapere che il Guglielmetti voleva lasciare l’attività per motivi di età.
Decise lui stesso di rilevare l’azienda grazie ad una consistente somma di denaro che aveva messo da parte, ma soprattutto grazie alla sua esperienza acquisita nelle precedenti ditte.
Da quel momento la fabbrica prese il nome di “
Tessitura Serica-Lombarda”.
Ma gli affari non andarono come egli aveva previsto. A causa di investimenti sbagliati e di divergenze con i soci, il Villani se ne staccò.
Costruì poco lontano una tessitura propria con annessa l’abitazione.

La nuova ditta si chiamò “Tessitura Villani Riccardo”.
Verso la fine degli anni ’40′, essendo alle porte il matrimonio della figlia Ebe
, soprannominata Bibi, con Danilo Fontana, il Villani fece costruire una seconda casa, anche questa, unita alla struttura dello stabilimento.

Il 3 giugno 1950 si celebrò il matrimonio: il Villani decise di fare una grande festa e noleggiò delle auto Lancia Ardea, le quali si vedono nella foto, parcheggiate lungo la via Sarfatti.
Inoltre organizzò, prima del pranzo, un rinfresco nel suo giardino.
Riccardo Villani portò avanti l’attività fino al termine degli anni ’60, poi subentrarono altri proprietari.
Agli inizi degli anni ’70 la ditta cessò definitivamente di operare nell’ambito tessile.
Nel corso degli anni seguenti si susseguirono diverse imprese, attualmente vi si trova un’Agenzia Pubblicitaria, denominata ‘
Lavori in Corso‘, il cui titolare è Andrea Bocci.

Ruggero Fontana

 

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