Dedicato alla collega ed amica Alessandra Cattaneo

Alessandra Cattaneo é stata una grande farmacista, una buona moglie ed una buona mamma di due splendidi ragazzi.

Ho avuto l’onore di lavorare gomito a gomito con lei per alcuni anni, durante i quali nacque una profonda stima reciproca.

Questa è la debita premessa che è doveroso fare per chi leggerà questo articolo.

Alessandra non è più di questo mondo dal luglio del 2002, eppure, per me, Fabio, suo marito, per i suoi due ragazzi, non è mai andata via, e quest’articolo è qui per dimostrarlo.

Ho conosciuto Alessandra a casa di amici nel 1994, quando ero direttore della farmacia comunale di Fino Mornasco.

A quei tempi, l’amministrazione comunale, mi aveva affiancato una fervente comunista, moglie di un sindacalista della CGIL, con la quale mi scannavo nel più vero dei sensi della parola ogni santo giorno.

Io arrivavo in farmacia con L’Indipendente di Vittorio Feltri, lei con L’Unità.

Passai due anni d’inferno, nei quali mi resi conto di quanto la forma mentis sinistrorsa fosse semplicemente opposta a quella di una persona che, come me, si riconosceva nella nascente Forza Italia, e che, alla base di tanto gratuito astio, ci fosse, con ogni probabilità, semplicemente l’invidia.

Durante le vacanze estive del 1995, prodromo ad una riapertura della farmacia in concomitanza con la chiusura per ferie dell’altra, quindi con un più che ipotizzabile aumento esponenziale di mole di lavoro, venni raggiunto al telefono da mio suocero, mentre mi trovavo a Parigi.

Mi annunciava che la ”collega”, con ogni probabilità volutamente, quindi con calcolo, aveva rassegnato le dimissioni, per cui, di lì ad una settimana, avrei dovuto cavarmela da solo.

“E desso, cosa faccio?”- pensai.

D’un tratto mi venne in mente Alessandra, che, alcuni mesi prima, si era offerta come collaboratrice part-time.

La chiamai e, cosa incredibile, in 1 minuto e mezzo accettò la proposta di lavoro e le implicite condizioni, prima fra tutte che, da lì a pochissimi giorni, avrebbe dovuto “attaccare” lavorando sodo, 44 ore settimanali e per tre settimane consecutive.

Credo che lo fece per il semplice fatto che capì in quale guaio mi ero trovato, ed aveva inteso porgermi il suo aiuto.

Pochi giorni dopo, cominciò una collaborazione lavorativa che durò circa 2 anni, e che ancora adesso rimpiango per la serenità e la perfetta sintonia che si era instaurata fra di noi.

Buona parte del fardello che giornalmente portavo sulle spalle, se lo caricò lei.

Inoltre non smettevo di ammirarne la classe e la cultura.

Fino Mornasco era un posto di grande passaggio, la farmacia era situata lungo la statale dei Giovi.

Giornalmente, nell’esercizio, capitava gente straniera.

Alessandra parlava correntemente il francese e l’inglese, il che, in quel luogo, era importantissimo.

Alessandra mi raccontò della sua vita, della sua famiglia che amava sopra ogni cosa e per la quale viveva.

Aveva avuto una infanzia difficile, essendo rimasta orfana della mamma in tenerissima età.

Il padre, noto avvocato comasco, avendo avuto solo lei come figlia, le era attaccatissimo, e lei a lui.

Ma un giorno, Alessandra non si presentò al lavoro.

Inutili furono i miei tentativi di contattarla.

Solo a sera, Fabio, suo marito, mi chiamò dalla Grecia, per annunciarmi che lui e la moglie avevano dovuto accorrere al capezzale del padre di lei, deceduto sul colpo in un incidente stradale in quella terra lontana e straniera.

Pochi giorni dopo, a funerali avvenuti, Alessandra mi comunicò l’intenzione di lasciare il lavoro fino a nuovo termine, essendo rimasta troppo turbata dai dolorosi avvenimenti.

Credo che il “rifugiarsi”nella sua adorata famiglia, fosse un modo per reagire all’immenso dolore.

Dopo alcuni mesi dalla dipartita del Padre, Alessandra scoprì, attraverso una mammografia di routine, di avere un tumore al seno.

Nessuno mai mi toglierà dalla mente, la convinzione che sia esistita una correlazione fra i due fatti.

Ciononostante, grazie anche al carattere forte che possedeva, Alessandra si sottopose all’operazione ed alle cure che ne seguirono con coraggio e determinazione.

Fu un periodo duro per tutti, in cui la nostra amicizia si rafforzò ulteriormente.

Nelle mie intenzioni, c’era sempre il tornare a lavorare insieme.

Ed è a questo punto che la mia vita subisce una svolta.

In seguito alla vendita, da parte di mia madre, della farmacia di famiglia ch’ella aveva ereditato alla mia nascita da mio nonno, la mia vita professionale pareva essere già arrivata al capolinea, senza più possibilità di sbocchi gratificanti.

Fu proprio una Alessandra convalescente, a cercarmi per offrirmi tutta la sua solidarietà per lo scellerato atto compiuto da chi mi aveva generato, lei, Alessandra, che dopo due anni di lavoro in stretta collaborazione con me, conosceva, di tutta la vicenda da me vissuta, anche i minimi dettagli.

E fu proprio a lei che, unica custode per mesi e mesi, comunicai la notizia segretissima ed entusiasmante, all’uscita dallo studio notarile dove avevo appena “opzionato” la farmacia di Cavallasca, impegnandomi a riversare il rimanente da lì ad 8 mesi, .

Mi parve emozionata quanto me, felice quanto me.

Che soddisfazione!

Che rivincita!

Ma, per la riuscita dell’operazione, possedendo dei beni da dover dismettere per fare andare in porto l’intera operazione, occorreva il silenzio assoluto.

Ed Alessandra tacque.

Tacque con tutti, per 8, lunghissimi, mesi!

L’anno seguente, finalmente, mi ritrovai, a soli 38 anni, titolare di una farmacia che mi ero conquistato da solo.

Mi occorreva aiuto.

Pensai ad Alessandra, chi meglio di lei?

Le feci la proposta di venire a lavorare con me, la farmacia distava solo un paio di km da casa sua.

Alessandra nicchiò: stava attraversando un periodo di riabilitazione, dopo le pesanti cure subite, inoltre, non aveva particolare bisogno di lavorare, essendo il marito un ottimo professionista.

Fui perseverante ed insistente.

Alla fine… accettò. Avrebbe cominciato a settembre.

Tutto appariva, finalmente, andare nel verso giusto.

Ma, purtroppo, arrivò una sua telefonata, giusto pochi giorni prima dell’inizio della nuova collaborazione:

” non ho buone notizie. Dobbiamo rimandare. Mi hanno trovato ancora qualcosa.”

Parole come il piombo.

Ciò che ne conseguì furono per lei mesi di vera e propria passione.

Non ho mai visto nessuno sopportare con tanta dignità e coraggio una eguale sofferenza.

Che, poi, arrivò all’epilogo.

L’ultima volta che la vidi fu su di un letto d’ospedale.

Conversammo amabilmente di banalità inerenti alla farmacia. Lei lo voleva. Aveva bisogno di riposare la mente attraverso il calore di una “normalità”che oramai era divenuta solo un ricordo.

Le sue condizioni erano gravi. Non si reggeva, poverina, nemmeno più in piedi.

Quando arrivò il momento del commiato, a causa della visita medica di routine in procinto di essere effettuata, credo che entrambi capimmo che non ci saremmo mai più rivisti.

Lo capimmo, ma ci salutammo con la semplice cordialità di sempre.

All’uscita, lo spostamento d’aria delle pale dell’elicottero che avevano cominciato a muoversi, mi procurarono uno strano senso di fresco in viso.

E solo allora mi accorsi che stavo piangendo.

vittorio

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