Un giorno…
Sono a Como, sto guardando le vetrine di alcuni negozi per avere qualche spunto per gli acquisti natalizi .
Vedo riflessa nel vetro, la gente alle mie spalle.
Non è molta, ma la percentuale dei mendicanti è cospicua.
In occasione delle festività, si sa, ne approfittano un po’.
Continuo a guardare ciò che è esposto, ma l’occhio, sempre più spesso, è attratto da quella varia umanità riflessa.
Dimentico le vetrine e il motivo per cui sono lì. Osservo con molto interesse. Provenienti da Paesi che, quando ero bambina, si definivano lontani, ognuno, di questi questuanti, a modo suo, all’avvicinarsi di potenziali donanti, assume posture ed espressioni che, per loro cultura e nelle loro intenzioni, esprimono necessità e gratitudine.
Uno, in particolare, aggrappato ad un bastone fa affiorare alla mia mente, un ricordo lontano, che credevo ormai sopito.
Io, giovane studentessa a Milano, in pace col mondo intero, un giorno vidi in Galleria una zingara dal corpo deforme e tremante, pareva afflitta da qualche morbo. Si trascinava faticosamente appoggiata ad un bastone. Mi lasciai coinvolgere emotivamente, mi avvicinai e le diedi tutto quello che avevo in tasca “tanto devo solo prendere il treno per tornare a casa”, pensai.
Il caso volle che, subito dopo, incontrai un amico ed andammo a prenderci un caffè; una parola dopo l’altra, si fece tardi e ripercorremmo velocemente la Galleria, quando, in un canto, un movimento inconsueto, mi incuriosì e… vidi quella zingara proprio nel momento della metamorfosi. Tolti gli stracci che indossava apparve una splendida ragazza dai lunghi capelli scuri, dritta come un fuso con tacchi alti che, subito, a passo svelto, probabilmente tornava a casa con il “bottino dell’inganno” Ci rimasi malissimo, si era permessa di prendermi in giro come, del resto, tutti quelli che ci erano cascati come me.
Non dò volentieri l’elemosina, perché ritengo che, nella maggioranza dei casi, non vada a buon fine, però a volte non riesco proprio a dire di no.
In alcuni casi perché mi pare, secondo i miei canoni, che quella persona abbia veramente bisogno, in altri, lo confesso, per sfinimento.
Presa dalle differenti mimiche dei questuanti, non mi accorgo di un uomo che mi si era avvicinato di lato e, sottovoce, mi chiede un aiuto per mangiare. Lo guardo, un lunghissimo attimo di imbarazzante silenzio e gli dico:” senta, io non posso dare qualcosa a tutti quelli che chiedono, questa mattina ho già dato a due persone… lei capisce… “ sì la capisco” mi risponde in un italiano stentato, “ma io non sono come gli altri, io suono, e sono bravo”.
Ho la netta impressione che il suo sguardo non riesca a sostenere il mio . Lo guardo più attentamente e vedo un clarinetto sotto il braccio sinistro. Rivedo la zingara e penso che quello strumento potrebbe esser lì per far scena, ma colgo nell’atteggiamento di quell’uomo, che il clarinetto non è semplicemente sotto il braccio, ma accolto e custodito come sotto un’ala protettrice. Quest’uomo suona davvero, mi son detta, e gli do’ qualcosa. Mi ringrazia e si dice disposto a suonare quello che desidero, a scelta, del suo repertorio. Gli rispondo di non preoccuparsi e lo saluto, ma ora sono io, che non riesco a guardarlo negli occhi. Non capisco, sono turbata, non mi sento a mio agio. Mi incammino verso l’auto e mi sorprendo a chiedermi perché ho detto “no”. Quell’uomo aveva il diritto di suonare, il mio rifiuto gli ha tolto dignità, non gli ha permesso di esprimersi, contraccambiare con l’unica cosa che lui aveva: la sua musica. Come ho potuto fare questo senza neppure rendermene conto? Mi sento in colpa, torno sui miei passi. Lo cerco, vorrei scusarmi, mi piacerebbe dedicargli la mia attenzione, sentire come suona e… chissà, magari, se veramente bravo, un’opportunità per lui…ma è sparito, guardo ancora, più lontano, tendo l’orecchio per percepire magari un suono… nulla, non c’è più.
Me la prendo con me stessa per come mi sia lasciata condizionare da questa società che ti impone diffidenza, sospetto, che ti porta all’assuefazione con centinaia di persone che chiedono sempre qualcosa, che ti ingannano, ti derubano, che ti disturbano ed alle quali presti sempre meno considerazione.
Mi incammino verso il posteggio, ma questa volta, lungo il percorso, nessun amico con cui far tardi e bere un caffè. Chissà…
Giuliana Pertusi
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