Chi siamo

IL POPOLO DELLA LIBERTA’ – CAVALLASCA

“…nato dalla libertà, nella libertà e per la libertà, perché l’Italia sia sempre più moderna, libera, giusta, prospera, autenticamente solidale.”

Siamo un gruppo di persone determinate che intendono agire alla luce del sole e che si riconoscono negli ideali del POPOLO DELLA LIBERTA’. Noi pensiamo che l’individuo e la sua libertà di pensiero e di coscienza siano al centro di tutto secondo una concezione umanistica che poco o nulla abbia da spartire con la concezione della sinistra in cui l’individuo è al servizio della causa e non la causa a servizio dell’individuo. Crediamo nel fallimento delle liste civiche senza orientamento politico che dicono tutto e il contrario di tutto, dove troppo spesso trovano posto persone animate solo ed unicamente dai propri interessi! Siamo convinti che la politica faccia parte della nostra vita e non sia prescindibile dalla pubblica amministrazione, dove molte decisioni sono prese in base ai propri convincimenti politici.

Questo sito serve a farci conoscere per come siamo veramente attraverso un’informazione seria ed onesta nell’interesse di Cavallasca e dei suoi abitanti!

Ecco spiegata la decisione di rappresentare Il Popolo della Libertà in sede di Consiglio Comunale sul nostro territorio, dove fino ad oggi avevano sempre imperato le liste civiche all’insegna della furbesca utilità elettorale. Noi ci proponiamo di equiparare il paese alla città dove la stima nei confronti dei candidati e l’acquisita identità politica e culturale prevalgono sulla logica della parentela, dell’interesse o, peggio, dell’invidia! Le elezioni trascorse hanno dimostrato che noi, unici, abbiamo capito che i tempi sono ormai maturi e che il divario di mentalità che separa il paese dalla città si è oramai ridotto al minimo.

Cogliamo l’occasione per ringraziare i 508 cavallaschini che ci hanno votato! (comprese le 30 persone che hanno confuso le due schede)

I propositi per la nostra Cavallasca sono:

  • Svincolarci da logiche di interessi di parte che vediamo emergere in ciascuna delle altre liste in cui gli interessi personali hanno il sopravvento su quelli supremi della collettività.
  • Riqualificare Cavallasca dal punto di vista della vivibilità, concentrandoci in particolar modo sull’aspetto ambientale che deve tener conto dell’importanza, per un paese come il nostro, di conservare ed anzi aumentare il patrimonio boschivo e verde con percorsi che mettano in risalto le bellezze della natura che ci circonda.
  • Rinunciare alle tanto sbandierate “grandi opere” che assorbono le risorse a danno della qualità dei servizi che l’amministrazione potrebbe mettere a disposizione dei cittadini, e fungono unicamente da specchietto per le allodole dei meno attenti per ottenere consensi, bensì concentrarci sulle opere necessarie e realizzabili, che siano il prologo di un progetto globale di più ampio respiro che si concretizzi a tappe secondo le possibilità finanziarie delle casse comunali: in altre parole niente promesse populistiche ma fatti tangibili!
  • Fare il possibile perchè venga realizzato il nuovo Polo scolastico in previsione della necessaria crescita demografica di Cavallasca.
  • Fare il possibile perchè l’impatto veicolare che si genererà a breve a causa delll’apertura del nuovo ospedale S.Anna sia ridotto al minimo attraverso la realizzazione di nuove “bretelle stradali” all’interno del territorio cavallaschino.
  • Impedire che si sprechino preziose risorse per interventi non prioritari per Cavallasca.
  • Istituire nello statuto lo strumento del referendum popolare per le operazioni riguardanti le grandi opere (quelle di valore superiore ai € 500.000,00).
  • Fare in modo che lo sviluppo del paese sia moderato e in sintonia con l’ambiente che lo circonda, cioè a dire che si impediranno le grandi costruzioni speculative che impattano sul paesaggio arricchendo pochi a scapito di molti, favorendo invece le ristrutturazioni e le unità abitative mono e bifamiliari in perfetta coerenza con il PIANO CASA varato dal Governo Berlusconi e per il quale è prevista una seconda versione in via di definizione.

Il Popolo della Libertà – CAVALLASCA

RISULTATO ELETTORALE 6-7 GIUGNO 2009

n73724518570_1774

Provincia di COMO
Comune di CAVALLASCA

Comune inferiore a 15.000 abitanti

Elettori 2.376
Votanti 1.884 79,29 %
Schede bianche 33 1,75 %
Schede nulle 41 2,17 %

Fausto Ronchetti Idea Comune – Lista civica cavallasca                         27.57%                   499
Valerio Rossoni Alba nuova per Cavallasca                                            19.50%                   353
Vittorio Belluso PDL Berlusconi per Vittorio Belluso                                26.41%                  478
Giovanni Gespa Cavallasca insieme per cambiare                                   26.52%                   480

Schede Comunali valide per la lista ma annullate al PDL:  8 (preferenza errata indicata dall’elettore causa dell’annullamento: Silvio Berlusconi)


Schede Europee valide per la lista ma annullate al PDL: 30 (preferenza errata indicata dall’elettore causa dell’annullamento: Gerardo Marcello 28, Marcello Caminiti 1, Vittorio Belluso 1)

II NOSTRO POPOLO, I NOSTRI VALORI

Il Popolo della libertà è un punto d’incontro, l’eredità dell’esperienza politica di Forza Italia, all’insegna del libero associazionismo di persone, e insieme della salda struttura partitica di Alleanza Nazionale e di altri partiti minori. Un’intuizione lungimirante e prospettica della leadership di Silvio Berlusconi. Il nostro Presidente è sempre stato un grande innovatore e la sua non è solo una fulminea intuizione. E’ una scelta, voluta, lungamente meditata, come “la discesa in campo” nel ‘94, il frutto di un confronto tra il Presidente e i dirigenti del partito, i suoi collaboratori, gli alleati, dunque un progetto politico. In quel freddo pomeriggio di Dicembre, credo tutti noi ci siamo interrogati, sorpresi, sul perché della svolta del “predellino”. In quell’istante nasceva un nuovo movimento: il Popolo della libertà, non il Partito della libertà. Un passaggio politico, importantissimo: si doveva aprire una nuova stagione, si doveva strutturare una nuova “forza”, un nuovo movimento. Se vogliamo tracciare prospettive per il PdL, se vogliamo dare un valore fondativo ai suoi valori e alle idee non possiamo prescindere da questa scelta, dobbiamo partire da questo progetto e dalla sua nascita. Il progetto del Popolo della Libertà porta con sé infatti la sintesi di una stagione politica, ma soprattutto è la sintesi e l’insieme di persone, il popolo, e di valori, innanzitutto la liberta’. Il popolo. Il territorio. Il punto di partenza e di arrivo di qualsiasi azione del nostro movimento partitico e dei suoi esponenti, dunque, deve essere il popolo, la gente.

Questo è il grande insegnamento del Presidente Berlusconi, la sua forza che deve diventare nostra forza. Non dobbiamo dimenticare che la democrazia è la gente, non un concetto astratto. La democrazia sono i cittadini, i loro volti, le loro speranze, i loro bisogni, le loro aspettative, la loro fiducia in noi e nel nostro leader. Per questo la nostra azione politica deve rispondere ai bisogni dei cittadini e deve diventare territorio, anzi deve essere amore per il proprio territorio. Fare squadra. Fare rete. Questa struttura organizzata deve divenire insieme di persone con competenze ed esperienze. Persone che sappiamo diffondere le scelte politiche e i valori del Popolo della Libertà, che sappiamo collaborare in una squadra, che sappiano far prevalere l’interesse comune sul proprio vantaggio personale, sulla propria ambizione. Per far questo abbiamo bisogno di formare i nostri militanti, gli amministratori ai valori in cui crediamo, in modo che sappiano compiere scelte operative. Dobbiamo trovare persone, al nostro interno, in grado di trasmettere esperienza e conoscenza, persone capaci di aggregare e di creare una rete sul territorio (rete orizzontale) e tra Comune, Provincia Regione, Parlamento e Governo (rete verticale). Il patto politico e i valori. Il patto del Popolo della Libertà si fonda innanzitutto sulla libertà, come orizzonte di azione e di dignità della persona, sulla responsabilità verso la collettività, sull’eguaglianza, sulla giustizia e sulla solidarietà come valori che regolano i rapporti tra uomini in una società.

Paolo Bonaiuti: che cos’è Il Popolo Della Libertà

Si è parlato qui di Immanuel Kant e mi sono tornate alla mente le bellissime parole del grande filosofo sul tema della libertà. Mi rimane però un dubbio: cosa spingeva ogni mattina Kant a uscire da casa sua, puntualissimo, alle 9 esatte, non un minuto più né un minuto meno, tanto che gli orologiai della sua città Königsberg, erano usi regolare i loro strumenti sulla base delle sue passeggiate? Come mai i suoi ideali di libertà assoluta non trovarono un bilanciamento, nei fatti, con quella pulsione metodica che lo costringeva a uscire a quell’ora esatta, ogni mattina? È difficile esercitare in concreto la libertà!

Il primo punto che mi preme sottolineare in questa analisi del PdL, e che ho vissuto fino in fondo, è la fusione tra i suoi tre elementi caratterizzanti. Il primo, l’anima liberal-conservatrice, la liberte; il secondo, l’anima cattolico-liberale cristiana, la fraternite; il terzo, l’anima socialista-liberale, l’egalite. Queste tre anime si sono così ben permeate e fuse, prima in Forza Italia poi nel Pdl, che ognuna ha sempre trovato uno sviluppo coerente con le altre due.

Ci sono stati dei momenti in cui si è votato in Parlamento in maniera differente su certi temi etici. Ma proprio lì si sostanzia la grande idea del Pdl: lo stare insieme su una serie di valori e di principi, lasciando ampia libertà di coscienza quando non si tratta dell’azione unitaria del governo o dell’opposizione (nel caso in cui ci siamo trovati all’opposizione). È un principio pratico di libertà, da sempre applicato con successo all’interno del nostro partito.

Come influiscono le provenienze? Io, che provengo dalla tradizione socialista, non appena è scoppiata la crisi dell’editoria mi sono concentrato, quasi istintivamente, non tanto sul rilancio del settore, quanto sulla difesa di coloro che rischiavano di perdere il posto di lavoro. Per questo motivo, abbiamo dato vita a due fondi da 10 milioni di euro ciascuno, il primo per i giornalisti dei quotidiani, il secondo per quelli dei periodici. Questo è un modo concreto di portare in politica i valori di tutta una vita. Il grande canale, prima di Forza Italia poi del Pdl, è dunque quello che ha raccolto e raccoglie quanto vi era di buono nella politica e che ha permesso di riportare al centro la libertà della persona, il primato dell’individuo.

Quando mi domandano cos’è il Pdl, io rispondo sempre che è il grande movimento dei moderati italiani, delle persone di buon senso che desiderano il progresso e il rinnovamento del Paese. È il grande movimento degli italiani che amano la libertà e che vogliano restare liberi. È un’energia costruttiva al servizio del Paese. E qui mi permetto di riflettere su ciò che avvenne fino al 1994: le forze politiche esistenti non dettero ascolto alle nuove linfe vitali che si stavano levando dalla gente e così non riuscirono più a rappresentare gli elettori. Un esempio per tutti: quello delle imprese. Quando ero a capo del servizio economico di un grande giornale c’era, da un lato, la Confindustria – rappresentante unico di tutte le imprese, ma soprattutto delle grandi – e dall’altro i politici – che trattavano sempre e soltanto con Confindustria. Oggi, quando Berlusconi dice che il petrolio dell’Italia sono i 5-6 milioni di piccoli imprenditori, interpreta una filosofia, quella per cui non sono più soltanto le grandi imprese a dettare la linea dell’economia ma anche le classi nuove che tumultuosamente si sono affacciate, gli uomini delle piccole e delle medie imprese. Forza Italia è stata la prima a interpretare questo fenomeno. Tutti ricordiamo quello che avvenne durante il famoso convegno di Vicenza della Confindustria, quando Berlusconi disse “basta” agli attacchi che gli erano arrivati da quella direzione. Si registrò un netto, evidente scollamento tra le prime due file della platea, occupate dai rappresentanti delle grandi imprese e dai dirigenti supremi di Confindustria, e le restanti file di piccoli imprenditori che di fronte a quel discorso si entusiasmarono, si alzarono in piedi e applaudirono. Quella è la maggioranza. Noi invece spesso leggiamo i giornali e ci convinciamo che la verità sia quella riportata dalle elites. L’Italia è un Paese ancora fortemente mandarino, obbediente, dal punto di vista culturale, ad alcune elites di potere, per lo più di sinistra, una sinistra conservatrice, anche se poi, quando si va al voto, queste non riescono mai a mettere insieme i consensi necessari per governare.

Un nuovo grande partito, che allora era Forza Italia e oggi è il Pdl, ha avuto il merito di riunire in sé tutte queste correnti migliori del passato recente e tutte queste nuove linfe vitali e di portarle avanti. L’esempio che può spiegare il processo avvenuto è quello del Rio delle Amazzoni in Brasile. C’è un punto in cui il Rio Solimoes, di colore giallo, incontra il Rio Negro che, come dice il nome, appare più scuro, quasi nero. La loro unione produce vortici, turbinii, mulinelli, prima che sia formato il nuovo, grande fiume: così, in politica, le unioni generano un forte confronto ma poi tutto quanto si annulla e si pacifica, e le acque del fiume diventano di un unico colore e vanno maestosamente verso la foce.

In Italia c’era bisogno di una forza di questo tipo, di una Forza Italia che interpretasse le nuove richieste della gente e al tempo stesso riportasse in auge il principio della nazione, il sentimento della patria, espresso da Berlusconi, molto semplicemente, con quella sensazione che tutti proviamo, di sentirci tremare le gambe quando ascoltiamo l’inno di Mameli.

Il nuovo partito non è stato calato dall’alto sulla gente come certe forme politiche odierne, come certi esperimenti in vitro. Forza Italia ha accolto un cambiamento profondo della società, salvando al tempo stesso il meglio di quelle tradizioni, liberale, cristiana e socialista che, anche se oggi vengono spesso criticate in modo postumo, permisero al Paese di vivere e progredire in una sostanziale e totale libertà.

Ricordo, quando ero ragazzino, il grande sviluppo, il grande boom. Certi commentatori ed esponenti del mondo della cultura di sinistra criticarono allora il moto troppo impetuoso di quello sviluppo che poi però diventò costante, con un continuo miglioramento dei livelli di vita per tutti, e passò alla storia come una svolta decisiva per l’Italia.

Da allora sono cambiate forme politiche e dimensioni. Si parlava prima della formula dei partiti catch-all, cioè ‘prendi tutto’… ma io mi allargherei fino a farla divenire quella dei partiti catch-as-catch-can, cioè ‘prendi più che puoi’. Anche perché oggi viviamo in un mondo di dimensioni inusitate. Se pensiamo che l’Unione Europea ha stanziato 750 miliardi per difendere l’euro, ma che al tempo stesso i capitali liberi, cioè quelli pronti ad animare la speculazione, sono pari a cinque volte la ricchezza prodotta nel mondo in un anno, arriviamo a capire quanto siano cambiate le dimensioni. Così come non vi è più spazio per le piccole imprese, se non ad altissima specializzazione, ad altissima qualità, ma si richiedono concentrazioni più vaste, collegamenti più ampi; allo stesso modo, non è consentito alla politica di vivere attraverso piccole aggregazioni, ma soltanto attraverso grandi partiti; anzi, neanche più partiti, ma veri e propri movimenti di massa. Ecco perché il Pdl, al di là delle diatribe interne, è destinato a durare, con questo o con altro nome. Perché l’idea di fondo è quella di coinvolgere varie culture in un solo, grande movimento che consenta di ascoltare la gente, di interpretarne la volontà, di soddisfarne le richieste. Ci possiamo riuscire o no, ma quando sosteniamo che la nuova moralità nella politica è quella di rispettare i programmi, cerchiamo di dire qualcosa che faccia sentire finalmente la gente in sintonia con la politica.

Così, il 17 e 18 novembre 2007 abbiamo dato vita ad un censimento attraverso i gazebo e abbiamo chiesto a quattro milioni e mezzo di persone se volevano che il nuovo soggetto politico unitario del centrodestra si chiamasse partito o popolo. La gente ha scelto di chiamarlo popolo, perché all’interno di un popolo si sente di contare di più.

Quando seguivo la politica come inviato di un grande giornale e andavo ai congressi di partito, al termine dei discorsi dei leader, con altri colleghi, ci riunivamo in una stanza e ci chiedevamo cosa volessero dire realmente tutti quei discorsi. Era il tempo delle formule astruse come convergenze parallele e si doveva cercare di tirare fuori le linee concrete di ciò che era stato detto. Con la discesa in campo di Berlusconi e con la formazione di Forza Italia tutto d’improvviso divenne più chiaro. Si è detto agli elettori che quando vanno in cabina possono scegliere un leader di governo preciso, un programma preciso – cercando di evitare quei mattoni di 280 pagine che presentò l’Unione di Prodi ancora nel 2006 – e alleanze precise tra quei partiti che poi dovranno realizzare il programma. Se dovessimo tornare indietro e sostenere di nuovo che i partiti sono liberi dopo il voto di decidere con chi allearsi e cosa fare, ciò equivarrebbe ad espropriare gli elettori delle possibilità di scelta che hanno guadagnato in tutti questi anni di governo del centro-destra.

Quando dico che da questo movimento – e non partito – che è il PdL, scaturisce il governo del fare, quello che cerca di realizzare i desideri della gente, è perché questo non è affatto un partito come quelli della Prima Repubblica, ma è un popolo nuovo, di cui non conosciamo ancora i possibili sviluppi. Un popolo che nasce nella manifestazione del dicembre 2006, quando contro il governo delle tasse di Prodi scesero in piazza San Giovanni due milioni di persone e tutte le bandiere – di Forza Italia, di Alleanza Nazionale, della Lega e dei partiti minori – si mischiarono assieme perché la gente era convinta di dover dare una risposta unica contro chi stava portando il Paese alla rovina.

Allora, in una fredda giornata di dicembre, cosa spinse in piazza due milioni di persone da tutte le parti d’Italia? Il voler dire no a una soluzione tipica della vecchia politica, il più tasso più spendo, e volerla sostituire con qualcosa di nuovo, con il meno tasse per tutti.

A questo popolo così volitivo, così preparato occorreva dare una risposta: e il Pdl era l’unica risposta possibile. Non credo più ai partiti di nicchia, ai partiti di piccola dimensione. Certo, potranno continuare ad esistere e ad avere anche un’influenza, ma occorrono ormai grandi movimenti di massa che si confrontino tra loro. Se si pensa che nelle ultime elezioni il 70 per cento dei consensi è stato messo insieme dalla nostra coalizione e dal Partito Democratico, il quadro è chiaro. E a chi sostiene che questa legge elettorale non va bene, rispondo che occorre sfatare una leggenda della sinistra e dire tutta la verità: la legge elettorale è soltanto un vestito. Quelli che oggi ci vengono a dire ‘oh ma quel vestito è brutto, è sconcio’, è perché vorrebbero un vestito più adatto ai loro desideri: soprattutto al loro desiderio di tornare al governo. Anche se l’opposizione tenta di rivestire di valori etici la richiesta di cambiare la legge elettorale, sostenendo che i parlamentari sono indicati dai partiti e che dovremmo invece tornare alle preferenze, scorgo il pericolo reale di tornare ai signori delle tessere. Quanto di più lontano c’è dal nostro popolo della libertà.

Come nacque il Pdl? Su richiesta e volontà espressa della gente, da quel predellino su cui Berlusconi salì in piazza San Babila a Milano. Fui testimone della svolta. La mattina di quel giorno c’era stata grande turbolenza e Berlusconi verso mezzogiorno mi chiamò e mi disse: “Ma perché dobbiamo rispondere a questo e a quello? Basta, diamo vita finalmente a un unico, nuovo, grande partito, diamo retta alla nostra gente”. Il Pdl nasce per un motivo etico ma anche pratico, quello di incanalare in un filone unico il movimento verso la libertà espresso dalla gente.

Molte delle critiche attuali, rivolte al governo, riguardano infine la politica di rilancio dell’economia. Invece, la politica del rigore è passata perché è stata considerata dalla gente come un valore. Un valore che ha permesso di salvare qualcosa di molto importante, i propri risparmi. Grazie all’azione di governo non abbiamo fatto perdere un euro dei risparmi degli italiani, non una sola banca è fallita. Ora c’è chi sostiene che non ci sono abbastanza fondi per il rilancio. A parte il fatto che noi siamo indietro su questo terreno da decenni, resta il problema di un debito pubblico che abbiamo ereditato e che sottrae ogni anno troppe risorse agli investimenti nella ricerca e nella produttività. Detto questo, l’Italia oggi non è nel mondo un Paese considerato a rischio proprio grazie alla nostra politica del rigore, e la gente lo ha capito. È entrata a rischio la Grecia, è entrata a rischio l’Irlanda, sta entrando forse a rischio il Portogallo, si parla della Spagna, del Belgio… ma l’Italia continua a essere al riparo. Anzi, c’è stato un momento in cui tutti hanno gridato: il divario con il bund è salito a quota 210. Cos’è il divario con il bund? Il titolo di Stato più forte di tutta Europa è il bund tedesco. Il titolo di Stato della Germania è il punto di riferimento, e quanto il titolo di ogni altro Paese sia forte o meno lo si vede sulla base della differenza di rendimento, sul quanto dà in più di rendimento… tanto più paga quel titolo agli investitori, tanto più è debole rispetto al bund tedesco, tanto più grande è dunque il divario che tecnicamente si chiama spread. Bene, questo spread oggi è ritornato in Italia sui 150. È tornato sotto la normalità.

Quando la speculazione attacca ce n’è per tutti e se noi non avessimo messo a riparo i conti pubblici non avremmo mai potuto salvare né il risparmio né le banche.

Grande importanza hanno avuto i valori fondamentali del Popolo della Libertà in questa fase economica di crisi globale. Quando si parla del valore socialista dell’uguaglianza e della dottrina sociale della Chiesa, pensate a quello che il nostro Governo ha fatto erigendo un muro di 32 miliardi di euro per la cassa integrazione ordinaria, straordinaria e in deroga. Per la prima volta è stata introdotta proprio da noi la cassa integrazione per quei lavoratori senza contratto di cui sempre la sinistra aveva detto “ora li tuteliamo, ora li proteggiamo, ora facciamo” ma per i quali, tra una chiacchiera e l’altra, non ha mai fatto nulla. Se abbiamo fatto un passo avanti nella giusta direzione, questo deriva proprio dalla sommatoria delle concezioni tradizionali di cui abbiamo parlato.

Potreste chiedervi se la concezione liberale non si sia talvolta scontrata con l’anima cristiana e con l’anima socialista. Probabilmente sì, ma con una costante: ha sempre prevalso la linea che in quel momento permetteva di salvare la persona, l’individuo. Al centro della nostra politica, infatti, c’è la libertà della persona intesa come libertà politica, libertà di espressione ma anche come tentativo di dare a tutti un minimo di libertà economica.

Per questi motivi, oggi possiamo dire che l’esperienza del Pdl è positiva. Certo, sarebbe inutile negare che ci siano dei problemi, ma il fatto che una frangia degli eletti del Popolo della Libertà abbia preferito andarsene, scegliere un’altra direzione, non significa affatto che il progetto non debba continuare. La formula di per sé è eccezionale ed è anche la risposta, se permettete, alla sinistra. Anzi, la sinistra, è stata costretta, da questa nostra formula, addirittura a fare i conti al proprio interno al punto che l’ala estrema ed estremista è rimasta, per la prima volta, completamente fuori dal Parlamento. E se oggi vogliono tentare di nuovo da sinistra di abbattere Berlusconi e questa grande forza che è il Popolo della Libertà devono mettere insieme una nuova ammucchiata, fare un nuovo fritto misto perché da soli non ce la fanno. Non hanno neanche saputo fare quel bagno di socialdemocrazia che era necessario e che i tedeschi fecero 50 anni fa, non hanno saputo fare quella presa di distacco dai sindacati che tutti hanno già compiuto.

Quando il laburista Tony Blair incontrò per la prima volta il presidente Berlusconi e si trovarono subito d’accordo nel dire che era necessaria e doverosa la flessibilità del lavoro, si scatenò l’inferno: ma come, un leader laburista riconosceva il valore della flessibilità? Questo avveniva perché gli inglesi avevano già passato tutta l’esperienza della Thatcher, avevano assimilato e digerito tutti i cambiamenti nella burocrazia, nell’amministrazione statale, nel sindacato. E quei cambiamenti erano passati dai conservatori ai laburisti e viceversa.

Ecco perché il Pdl, che fa parte della grande famiglia politica del Partito popolare europeo, nasce sì da un’intuizione generosa di Berlusconi ma risponde anche ad una richiesta precisa della società italiana in fase di trasformazione e pone, con la sua stessa esistenza una sfida di rinnovamento a tutte le altre forze.