La Grecia di oggi non è quella che ebbe il coraggio di opporsi a Mussolini

Forse alcuni non sanno che, 70 anni fa, i greci seppero opporsi al fascismo, combattendo con grande valore contro le armate dell’Asse.

Ogni autunno i greci celebrano la loro festa nazionale, altrimenti chiamata Giorno del no,che commemora il rifiuto del governo ellenico di allora, guidato da un certo Metaxas, di cedere basi navali militari a Mussolini, che ne necessitava per la guerra contro l’Inghilterra, di cui era un ammiratore e del quale ne scimmiottava gli atteggiamenti e persino il saluto a “braccio teso”, chiamato saluto romano.

Nonostante i rischi a cui andava incontro, Metaxas, col supporto logistico, militare ed economico della Gran Bretagna, preferì affrontare una guerra certamente sanguinosa, piuttosto che svendere la sovranità ellenica alla prepotenza fascista.

La guerra, che, nelle intenzioni di Mussolini, avrebbe dovuto risolversi in una sorta di “passeggiata”, si rivelò guerra vera e cruenta, in perfetto parallelismo (guerra parallela), con quanto accaduto 1 anno prima in Polonia.
Atene, Salonicco e tutte le principali città greche furono pesantemente bombardate dai trimotori Savoia Marchetti italiani, seminando lutti, rovine e fame.

Una volta piegata la Grecia, ma non senza l’intervento risolutivo di Hitler, venuto in soccorso dell’alleato, furono in moltissimi a morire letteralmente di fame, allorché l’Italia ridusse le razioni alimentari loro destinate a soli trenta grammi di farina giornaliera.

Le sofferenze patite dall’intero popolo greco in quei tristi e sanguinosi anni, ma anche l’eroismo dimostrato, fanno si che, ancora oggi, la giornata del no a Mussoliini, costituisca la festa nazionale.

Eppure, tale memoria storica, non aiuta il governo greco attuale nella risoluzione dei suoi problemi economici.

Di fatto, la Grecia ha mancato i suoi obbiettivi di bilancio, come Strasburgo avrebbe invece voluto.

La situazione di perdurante rischio di guerra civile, ha fatto si che le misure decretate, non hanno abbiano avuto seguito.

La recessione nella quale la Grecia è piombata, conseguente all’austerità simil-Monti imposta, appare irreversibile.

Eppure….miracolosamente, il default, sempre annunciato non si realizza mai!

Perchè?
Come mai la Grecia viene tenuta in vita artificialmente a spese di tutta l’ansimante comunità europea, quasi si trattasse di una questione di eutanasia?

A cosa servono le regole se poi non le si rispettano?

Che senso ha il rilasciare nuovi prestiti ad un debitore che non riesce a far fronte ai suoi impegni?
( La logica economica vorrebbe che si staccasse la spina).

Semplice:

Francesi e i tedeschi non considerano il fallimento un’opzione nel caso della Grecia , perché le loro banche perderebbero i loro enormi crediti.

Pertanto giunge da Berlino la cinica idea di nominare un funzionario europeo, cioè un galautier, che esautori il Parlamento greco, e si occupi direttamente di gestire il bilancio nazionale.

Quindi, almeno stando al Merkel-Sarkosy-pensiero, la figura di un galautier esautorerebbe la sovranità del popolo greco, che ha dimostrato di non essere europeisticamente all’altezza.

A Papandreou si è ordinato di dimettersi dalla carica di primo ministro.

Il maggior artefice della politica europea verso la
Grecia , il creditore Sarkozy, nonostante i rialzi nel calzino e la bella ed intelligentissima moglie italiana, con ogni probabilità dovrà alzare i tacchi il mese prossimo, a meno di non confezionare un secondo scandalo che tolga di mezzo il candidato socialista, come è stato fatto col primo, mandando una prostituta nella stanza d’albergo in cui era ospite.

Intanto, noi italiani, alle prese coi morsi della recessione, teniamo in vita artificialmente anche noi una Unione Europea che non ci rappresenta e che utilizza i 5 punti di Iva che versiamo del 21% toitale, per tenere in vita un morto, la Grecia, esautorando de facto la sovranità di un popolo nobile, che seppe dire no a Mussolini ma non ad una Merkel qualunque.

vittorio belluso

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Articolo in : Storia
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Commenti (1)

 

  1. PB scrive:

    E’ significativo il voto con cui il Parlamento ellenico ha dato il via libera all’ennesimo piano di sacrifici imposto dal mondo (Ue, Bce e Fmi), in cambio di altri aiuti (145 miliardi di euro), al di là delle gravissime manifestazioni di protesta che hanno messo a ferro e fuoco la capitale ellenica. E’ stata una drammatica domenica di disordini e incidenti nella bufera di un terribile inverno meteorologico e metaforico, ma un risultato è stato raggiunto con il via libera all’ultima bombola d’ossigeno per consentire ad Atene di uscire finalmente dal baratro. Ci auguriamo tutti che basti perché, a prescindere dalle simpatie di ciascuno di noi per la Grecia, c’è un grande rischio: se crolla il governo Papademos può crollare tutta l’Europa e l’Italia tornerebbe nel mirino della speculazione.

    E’ vero che non siamo la Grecia e che gli sforzi da noi compiuti nell’ultimo anno dai governi Berlusconi e Monti stanno già dando i primi risultati, ma dobbiamo essere, comunque, consapevoli del fatto che il nostro risanamento non può prescindere dall’ipoteca europea. Già oggi siamo in una situazione così difficile perché i poteri forti di Bruxelles (leggi: Merkel, innanzitutto) hanno ritardato i soccorsi internazionali e hanno, poi, concesso linee di credito con interessi così elevati che Atene non è in grado di pagare.

    Cosa succederebbe, a questo punto, se i nuovi aiuti non fossero ancora sufficienti per evitare il default greco? Cadrebbe davvero tutto: l’euro e l’intera impalcatura monetaria messa in piedi in modo troppo affrettato. Sarebbe un disastro terribile, e in prima fila, a pagarne le conseguenze, si troverebbe anche la Germania che è il Paese commercialmente più attivo nell’eurozona. Come spiegare, allora, la miopia della cancelliera di ferro? La ragione è semplice: gli investitori di tutto il mondo (banche tedesche in primis), dovranno procedere – in cambio dell’ultimo piano di austerità varato dal Parlamento ellenico – al taglio volontario di almeno il 50% del valore nominale dei bond emessi da Atene. Un taglio già previsto, ma per ora solo sulla carta.

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