Riforma legge elettorale: l’accordo contro natura pdl-pd
niente più preferenze
La strada per la riforma elettorale è solo all’inizio, ma sul tavolo c’è già una proposta preliminare sufficientemente definita. La trattativa, insomma, è partita bene. L’ipotesi più accreditata è quella di un ritorno al vecchio proporzionale. Con questo sistema verrebbero selezionati 464 deputati dei 630 che ne conta attualmente la Camera.
Rispetto alla Prima Repubblica, tuttavia, scatterebbe un ‘bonus’ di 140 seggi aggiuntivi che si spartirebbero solo i partiti più grandi (o le coalizioni: è ancora presto per dirlo), in grado di superare lo sbarramento che dovrebbe essere posto all’8-10 per cento. In pratica a dividersi il premio ce la farebbero Pd, Pdl, Terzo Polo, probabilmente la Lega e forse un’alleanza tra Di Pietro-Vendola-Rifondazione.
Si manterrebbe la semplificazione attuata dal Porcellum, senza ricorrere a quel premio di maggioranza che ha suscitato tante polemiche e al quale il Pdl si è detto disposto a rinunciare. Così come, in un’ottica di disarmo bilanciato, il Pd ha messo da parte sia il ritorno al sistema maggioritario che la proposta del doppio turno alla francese. La legge elettorale che sta prendendo forma prevede per gli italiani all’estero 12 seggi; mentre gli ultimi 14 verrebbero riservati come ‘diritto di tribuna’ alle forze politiche che non superino una soglia minima, tipo 2 per cento. Niente preferenze perché, come hanno convenuto in un pubblico dibattito Cicchitto e Franceschini, le infiltrazioni di mafia e le intrusioni dei pubblici ministeri diventerebbero la regola, specie al Sud.
La selezione dei candidati avverrebbe col metodo dei collegi. Inutile girarci intorno: se va in porto una riforma così congegnata, ogni partito sarà portato a giocare la partita elettorale in proprio, per poi decidere il quadro delle alleanze. L’unico vero deterrente ai ribaltoni sarebbe rappresentato dalla sfiducia costruttiva (niente crisi di governo se prima non c’è già una nuova maggioranza precostituita), che dovrebbe far parte del pacchetto di riforme istituzionali da approvare in fretta. Anche su questo punto, comunque, nonostante l’impasse fra i capigruppo del Senato sulla road map da seguire, un accordo di massima tra i partiti maggiori esiste già.
Gli obiettivi sono:
la diminuzione del numero dei parlamentari;
b) la fine del bicameralismo perfetto con il varo del Senato delle Regioni;
c) il rafforzamento dei poteri del premier che potrà licenziare i ministri e chiedere lo scioglimento delle Camere al capo dello Stato.
L’ipotesi è quella di una mozione di indirizzo da presentare a marzo in Parlamento, l’altra è di mettere subito al lavoro le commissioni per non perdere altro tempo.
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