Non chiamatela solo fatalità

… c’è chi se la prende col Signore o con la fatalità, ma la colpa è dell’uomo. L’Italia è sismica tanto quanto il Giappone, ma là si è fatta prevenzione e si sono messe in sicurezza le case secondo criteri antisismici, qui no.
Qui in Italia le case vecchie non contengono armatura di rinforzo, sono fatte di sassi e mattoni tenuti insieme con lo sputo.
Qui in Italia la politica usa le risorse del popolo per comperare i voti e vivere nel lusso.
Sapete quanti morti ci sarebbero stati se lo stesso terremoto di Amatricia si fosse verificato a Tokyo?
0.

Amatricia

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Il cruccio del nostro Rongatti

Il cruccio del nostro Rongatti sono il flusso di informazioni che, dall’inizio della scoperta del buco ad oggi, ha evidenziato la vera “dote” dell’amministrazione che da sette anni ci guida: l’incapacità di amministrare.
L’uomo si è sempre mosso spinto dalle sue stesse invenzioni.
Ma sono le invenzioni che hanno migliorato le comunicazioni che hanno fatto fare balzi enormi all’umanità: la ferrovia insieme al telegrafo (e poi il telefono) hanno fatto dell’America la potenza che tutti conosciamo.
E andando più vicino a noi hanno avuto un ruolo determinante nel trasformare il pianeta terra in un «villaggio» l’aeroplano a reazione, il satellite per le comunicazioni e il World Wide Web. Con l’aiuto di Internet abbiamo reso insignificante il tempo di trasmissione delle informazioni. Oggi siamo veramente un villaggio perché disponiamo sul pianeta di informazioni a disposizione di tutti i cittadini nello stesso istante.
Ma allora, se l’uomo ha pensato e realizzato tutte queste invenzioni, perché non si è ancora realizzata la Macchina del Tempo? Siamo sicuri che nella mente di Ronchetti quest’idea salti fuori quotidianamente.
Ma che ci farebbe con cotanta invenzione? Tornerebbe indietro nel tempo per non commettere gli errori che ci hanno portato al fallimento?
No (ricordatevi dell’incapacità di amministrare: questa dote rimarrebbe)!
Tornerebbe indietro (sino al 6 agosto 1991) per eliminare Tim Berners-Lee, l’inventore del Web. Niente Web = niente blog = niente Forza Cavallasca = niente informazioni ai cittadini. E vissero tutti e due (Rongatti) felici e contenti.

P.S.: un consiglio per Vittorio Belluso: inizia ad allevare piccioni viaggiatori.
Metti che la Macchina del Tempo sia già nelle mani di Ronchetti…

un cittadino di Cavallasca

ronchetti 56

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Ragionando sullo spunto dello Scanegatti-pensiero

Nell’ultimo numero della rivista ‘Strategie aministrative’, un mensile che viene inviato a tutti gli amministratori comunali d’Italia a cura dell’ANCI, l’associazione nazionale comuni d’Italia, vi è un fondo, edito dal presidente PD dell’Anci, Roberto Scanegatti, che credo meriti di essere analizzato, perchè chiarificatore di una mentalità che non ci appartiene, anzi che noi rifuggiamo con tutte le nostre forze, ma che è tuttora imperante nel nostro Paese.
Da qui tutta una serie di considerazioni che vorrei fare paragrafandole ed evidenziandole insieme a voi, cari lettori.
Dunque, estrapolando il paragrafo che ha destato la mia attenzione, riporto quanto scrive Scanegatti, nell’editoriale dal titolo: “Comuni: gli obiettivi raggiunti e le strade aperte dentro e fuori l’Italia”:

…“L’Italia è una delle porte d’Europa verso cui si rivolge chi è in fuga dalla guerra e miseria (attenzione, tema caro alla sinistra italiana: ‘poverini, scappano dalla guerra, tutta l’Africa scappa dalla guerra, anche quella che la guerra non sa cosa sia’), e i comuni sono in prima fila nei programmi di accoglienza.
Solo che continuano ad essere spettatori e ciò non è più possibile (lo dice lui, il popolo dice altro, per esempio che non ne può più di clandestini sfaccendati che gironzolano cuffiette alle orecchie in cerca di cosa?), perchè non basta solo il mantenimento dei profughi (chi l’ha deciso, lui? E’ Scanegatti che ha deciso di abbandonare gli italiani in difficoltà a beneficio dei clandestini? Se è così, abbia il coraggio di dire a chiare lettere, dica che la sua priorità non sono gli italiani in difficoltà), nell’attesa che venga loro riconosciuto, o meno, il diritto di asilo. (Ma noi sappiamo che solo ad una sparuta minoranza, attorno al 10%, viene riconosciuto lo status di rifugiato politico, tutti gli altri sono solo dei vacanzieri a scrocco, dei parassiti che, per un intollerabile periodo di tempo, scelgono di vivere completamente sulle spalle delle comunità che li ospitano).
L’accoglienza non può essere una partita diretta tra prefetture e strutture private o cooperativistiche (noi a Cavallasca lo sappiamo bene: è grazie ad una cooperativa sociale che un numero mai del tutto chiarito variabile tra 22 e 25 richiedenti asilo politico in rotazione fra di loro con altre strutture si è installato permanentemente sul nostro territorio garantendo affari d’oro a chi li gestisce e senza che venisse minimamente chiesto alla popolazione residente cosa ne pensasse in merito): il ruolo dei comuni è essenziale per capire come calare nelle comunità i progetti (badate bene cosa scrive questo signore rappresentante del popolo, usa il termine CALARE, ‘calare dall’alto’,’ imporre’, ‘infilare’, un numero imprecisato di individui, senza minimamente chiedere alla popolazione residente se è d’accordo o meno), come accompagnarli in modo che gli stranieri non siano visti dai cittadini come problema ma come RISORSA (altro tema caro ai postcomunisti, i clandestini, poi migranti, poi profughi, ora vengono addirittura definiti ‘risorse’ ancorchè ‘temporanee’, come se queste persone, anziché pesare sulla nostra economia in maniera insostenibile come tutti i dati economici stanno ad indicare, rappresentassero un beneficio per la popolazione italiana che, al contrario, viene, da questi governanti, messa completamente da parte e abbandonata a se stessa, costretta a lavorare fino in tarda età, perchè deve sostenere in toto il peso di una politica di accoglienza indiscriminata che mira a consolidare il potere sinistro costituito, la rete clientelare messa in piedi dalle cooperative rosse e bianche tutte asservite al partito democratico, con la complicità di un Vaticano che ha perso, dopo la defenestrazione di papa BenedettoXVI, la ragione stessa del suo credo, piegato, o meglio, asservito, ad un materialismo che non distingue più fra credo e credo, mettendo su di un unico livello il sacro col profano. In altre parole, un nuovo credo in parte eretico che la massa dei credenti stenta a riconoscere come tale).

vittorio belluso
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scanegatti b

 

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Il segreto del successo della sagra di S.Rocco è nell’unità del gruppo

Si è conclusa martedì 16 agosto la sagra di San Rocco  alla sua 43a edizione.
Ogni anno tradizione popolare, sentimento religioso e volontariato, si uniscono e si fondono per dare vita a questa sagra, il cui intento è quello di ricavare proventi che permettono al Gruppo Sportivo Cavallasca di promuovere le attività che si svolgono presso gli impianti sportivi presenti in paese (palestra comunale, campo tennis, campo calcio).
Protagonisti della sagra sono il cibo e la cordialità dei volontari.
Ciò che colpisce e sorprende, perché non  scontato, è il numero delle persone presenti ogni sera, per 16 sere!
E’ curiosa la sinergia che si crea all’interno di un gruppo di lavoro (più o meno 85 persone) composto da generazioni  eterogenee: dagli studenti del liceo ai pensionati, dai 16 ai 70anni!
Questo è il motore grazie al quale l’evento “sagra San Rocco” è reso possibile.
Faticoso  perché richiede molto tempo e fondamentale, è il lavoro di allestimento delle strutture montate per l’occorrenza, la loro messa in sicurezza (tendoni, gazebo, tavoli e cucina)e il successivo smontaggio per riportare tutto allo stato di fatto degli spazi.
Ogni aspetto dell’organizzazione viene seguito meticolosamente dal presidente del Gruppo Sportivo Gerardo Marcello, sempre pronto a raccogliere  critiche per apportare miglioramenti.
Lo spirito del luogo e la preziosa presenza del nostro parroco Don Teresio, creano occasione di preghiera e riflessione.
Ogni anno da 43 anni questa macchina si mette in moto, garantendo una base concreta per lo sport.
Da sportiva quale sono ringrazio tutti coloro che vi partecipano e ci sostengono.

Lucia Borgesi – vicepresidente GS Cavallasca

san rocco 1

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Troppi immigrati, cosa fare?

Mandiamo a casa tutti quei sindaci che si sono dimostrati molli con ronchetti tg3quei Prefetti che hanno chiesto di prendersi sul loro territorio dei clandestini. Clandestini, altrimenti chiamati profughi, ora migranti… altro non sono che dei parassiti, vacanzieri a scrocco. Altro che:” poverini… gerosa luciniscappano dalla guerra”.

Nelle foto l’esempio di tre sindaci yes man nei confronti della politica filoimmigrazionista del nostro Governo di non eletti: Ronchetti-Cavallasca, Perroni-Villaguardia, Lucini-Como.

perroni

immigrati a Como

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La fusione dei Comuni classica non è quella di resa incondizionata dell’incorporazione

Lettera aperta ai consiglieri di idea Comune

Cari Adriano Corradini e Paolo Carpi,
Cari Guarascio, Balzaretti e Sala,
avete a disposizione ancora un paio di occasioni per riabilitarvi, per smarcarvi da chi vi ha usato trascinando il vostro nome nel ridicolo.
Spero e credo che ormai – sia pure con un ritardo imperdonabile – vi siate resi conto di essere stati usati.
Come altri qualche anno prima di voi, sono convinto che anche voi vi siate resi conto che Rongatti non meriti il vostro appoggio incondizionato.
Credo sia ora di assumervi delle responsabilità che fino ad oggi, con ogni probabilità,  non sapevate nemmeno che esistessero.
Siamo ancora in tempo.
Siamo ancora in tempo a riprenderci nelle mani il nostro destino.
Siamo ancora in tempo per organizzare delle nuove elezioni che producano una maggioranza realmente rappresentativa di Cavallasca, voluta dalla maggioranza reale dei residenti, in grado di contrattare coi vicini una resa migliore di quella che -anche alle vostre spalle- qualcuno  ha contrattato  per se. Solo per se.
La fusione dei Comuni classica non è quella di resa incondizionata dell’incorporazione.
Anche i consiglieri di San Fermo lo sanno.
I tempi si allungherebbero, è vero.
Le tasse ai massimi di legge si abbatterebbero sulle nostre teste per almeno 1 anno /1 anno e mezzo, senza che noi si possa fare nulla.
Sarà allora che la  popolazione capirà fino in fondo la portata della cattiva guida che ci ha amministrato in questi anni e in cui anche i vostri nomi compaiono.
Ma voi, voi potete ancora riabilitarvi.
Sfiduciate la giunta!
Votate con noi opposizioni e costringete Sindaco e vicesindaco alle dimissioni.
Non c’è altro mezzo per evitare che sia Rongatti a rappresentarci, assolutamente immeritatamente, nei prossimi 5 anni.
Dipende da voi. Ormai solo da voi.

vittorio belluso

 

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Il palazzo Imbonati di Cavallasca- analogie e legami col Ticino

di Simona Capelli

Questo breve contributo intende proporre alcune ipotesi sulle vicende storico-artistiche del palazzo Imbonati di Cavallasca; purtroppo la mancanza di testimonianze documentarie impedisce di elaborare un discorso certo e fondato, ma permette solo di formulare alcune riflessioni1 . La costruzione del Palazzo Imbonati di Cavallasca avvenne per volontà di Carlo Antonio Imbonati (Como 16 febb.1604-Milano 1682), nobile banchiere comasco, figlio di Francesco Imbonati e Beatrice Meroni2 , il quale dopo aver sposato, il 14 ottobre 1649, Giulia Anastasia Odescalchi (Como 15.5.1625-13- 04-1691), del ramo dei marchesi di Fino, figlia di Plinio Odescalchi e di Livia Vittoria Turconi3 , cugina di quarto grado di Benedetto Odescalchi (pontefice con il nome di Innocenzo XI dal 1676)4 , decise di far erigere una dimora dove poter trascorrere lunghi periodi di vacanza, dato che risiedeva a Milano in Porta Nuova dipendente dalla parrocchia di Santo Stefano in Nosiggia5 . In realtà la scelta di edificare la propria villa a Cavallasca era dettata più da motivazioni pratiche che estetiche: la zona era infatti particolarmente adatta alla coltivazione della vite e siccome Carlo Imbonati nel 1650 acquistò il diritto dei dazi e dell’introduzione dei vini nella città di Como6 è legittimo pensare che il podere cavallaschino gli sarebbe valso una grande fortuna proprio grazie alla produzione vinicola. La struttura architettonica attuale, anche se con successivi interventi, è stata realizzata a partire dagli anni cinquanta del Seicento, ma sorge su rustici preesistenti, come ha rivelato il restauro architettonico7 ; la famiglia Imbonati, infatti, fin dal 1586 possedeva terreni a Cavallasca8 . Dall’edificio sono riemerse alcune date che testimoniano le varie fasi di costruzione: l’anno 16579 è inciso sulla chiave di volta del portale che consentiva l’accesso alle scuderie, la data 1656 si trova sul pavimento acciottolato del salone principale e la data 1675 è posta sulla campana in bronzo della torre campanaria e un’altra volta sul camino esterno. Il palazzo risponde ai canoni architettonici della prima metà del Seicento e rimanda alle tipologie degli edifici a blocco, chiusi e compatti: un corpo centrale rettangolare evidenziato in altezza con due ali laterali destinati alla servitù e alle scuderie, anche se in questo caso ne è stata realizzata solo una; annessa alla costruzione venne edificata la cappella ottagonale a due ordini, dedicata ai santi Carlo e Antonio10. L’intervento di restauro ha confermato che la villa è stata oggetto nel corso dei secoli successivi di numerose modifiche sia nei prospetti principali, in cui sono stati introdotti camini e altre rifiniture, sia nelle partiture delle finestre con l’aggiunta di falsi infissi dipinti. Sono stati poi edificati due corpi di fabbrica posticci di modeste dimensioni antistanti il palazzo. La residenza Imbonati alla morte di Carlo Antonio11 passò al figlio naturale Giovanni Andrea (1642-1726) che sposò Marianna Peri, mentre l’altro figlio naturale Giuseppe Maria (1649-1683) sposò nel 1673 Anna Clelia Serbelloni, figlia del conte Gabrio e di Porzia Longhi di Novara12; morto Giovanni Andrea, il complesso passò al figlio Giuseppe Maria (Milano1688-1768)13, letterato e importante membro dell’Accademia degli Arcadi di Milano, marito della pastorella arcade Tullia Francesca Bicetti: fu grazie a loro due che palazzo Imbonati divenne sede degli incontri dei membri dell’Accademia dei Trasformati14. Il conte Imbonati morì nel 1768 e la villa passò all’unico erede maschio Giovanni Carlo, che nel 1801 vendette tutte le proprietà di Cavallasca15; la dimora fu acquistata da Cesare Somigliana con procura al cittadino Giò Butti (figlio di Giuseppe) di Cavallasca che la tenne fino al 1919, anno in cui fu venduta a Ernesto Bayet, diplomatico belga che morì nel 1935 e così l’immobile passò alla famiglia Torno. Nel dopoguerra la villa venne adibita a granaio e abitata da diversi contadini del paese fino al 1983, quando fu acquistata dal Comune. Al centro della facciata c’è un portale in pietra arenaria: è fiancheggiato da due lesene sormontate da maschere leonine. Un’altra maschera leonina è posta al centro del bugnato che collega l’arco con l’architrave. Sopra l’architrave entro un timpano spezzato c’è un ovale in pietra decorato che contiene i due stemmi Imbonati e Odescalchi16. Molto interessante è la decorazione ad affresco distribuita sul soffitto dei locali a pianterreno e nella fascia alta delle pareti del piano nobile, coperto da soffitti lignei dipinti a tempera “a passasotto”, analoghi nella decorazione a quelli della villa Rusca – Odescalchi – Raimondi di Gironico al Monte17. Lo schema decorativo, i soggetti e la realizzazione variano di sala in sala, tanto che possono essere ascritti a mani diverse e a differenti fasi cronologiche. Nella volta a padiglione dell’atrio sono raffigurati due amorini inseriti in un medaglione in stucco dorato che ricordano l’analoga decorazione di Palazzo Arese Borromeo a Cesano Maderno18, dall’atrio si accede alla grande sala con all’interno una grotta in tufo rivestita con acciottolato a mosaico policromo, conchiglie e sovrastata dallo stemma degli Imbonati 19. La struttura richiama il ninfeo di Villa Litta a Lainate, ma la peculiarità della grotta di palazzo Imbonati è che si trova all’interno dell’edificio; una soluzione simile fu attuata per il Ninfeo di Palazzo Borromeo a Cesano Maderno che è inserito nella struttura del palazzo e non nel giardino20. Il salone ha un pavimento in acciottolato policromo musivo con al centro gli stemmi delle famiglie Imbonati e Odescalchi, una serie di animali tra cui spicca la salamandra e la data 1656. Non c’è da meravigliarsi se per gli Imbonati l’acqua aveva un ruolo fondamentale sia per le proprie finanze sia per i divertimenti degli ospiti: del resto l’importanza dell’acqua come risorsa finanziaria e elemento ludico era già stata posta in risalto dalla nobiltà milanese e in particolare da Pirro I Visconti Borromeo (1560-1604) l’ideatore del Ninfeo di Lainate21, cui sembra essersi ispirato l’architetto del palazzo cavallaschino. Pietro Buzzetti, alla fine del XIX secolo, così descriveva il salone del palazzo: Gli episodi rappresentati ad affresco nei riquadri dei soffitti delle sale del piano terreno sono tratti dalle storie bibliche dell’Antico Testamento: nella volta del salone principale entro un riquadro a stucco sono raffigurati Agar e Ismaele; a destra del salone si apre una sala di dimensioni ridotte rispetto alla precedente con al centro Lot e le figlie; tra queste due sale ci sono due stanze contigue che presentano rispettivamente, all’interno di cornici in gesso decorate da fiori, foglie e festoni, Tobiolo e l’angelo e la Guarigione di Tobi. Nella sala a est è raffigurato il tema di Jefte sacrifica la figlia, mentre nella stanza vicina all’atrio è rappresentata l’allegoria della Fortuna, posta in piedi su un grande globo di pietra mentre sta spargendo monete d’oro e nella mano sinistra tiene la corona, lo scettro e la palma. L’iconografia deriva dal celebre dipinto di Guido Reni (Roma, Città del Vaticano, Pinacoteca Vaticana) soggetto molto replicato anche nelle incisioni, basti citare quella realizzata dall’incisore Gerolamo Scarsello; sono inoltre note diverse versioni pittoriche realizzate da Guido Reni e dai suoi seguaci24, la versione cavallaschina rispetto a tutte le altre manca della presenza di Amore, il puttino alato che afferra la Fortuna per i capelli. Per gli evidenti scarti stilistici, l’episodio di Jefte e la Fortuna sono senza dubbio di altra mano rispetto agli altri; i dipinti sono legati da una accurata impaginazione iconografica che rimanda alle vicende famigliari ImbonatiOdescalchi: il forte divario di età tra l’Imbonati e Giulia Odescalchi (ben 21anni di differenza), l’età avanzata dello sposo, che prese moglie a 45 anni suonati, e infine l’impossibilità di Giulia di procreare e quindi la legittimazione dei due figli naturali. Per quanto riguarda la datazione di questo nucleo è possibile ipotizzare una cronologia vicino alla data 1656 posta sul pavimento acciottolato del salone principale. Un imponente scalone addossato alla parete, con una balaustra barocca, conduce al piano nobile. Al termine della prima rampa al centro della parete di fondo è raffigurata ad affresco l’Immacolata Concezione25 dentro una ricca cornice a stucco sorretta da quattro angeli: due di questi (quelli in basso) tengono tra le mani delle palme, al culmine della cornice un nastro con un fiocco completa la decorazione plastica. La volta dello scalone presenta l’affresco più grande di tutto l’impianto decorativo: l’Incoronazione della Vergine. Per entrambi gli affreschi è possibile proporre in questa sede il nome dell’artista Pietro Bianchi detto il Bustino (Como, attivo tra il 1681-1720)26: le due Madonne infatti sono molto simili a quelle presenti negli affreschi del Bustino, come ad esempio nella visione apocalittica di San Giovanni Evangelista e Profeti (Morbio Superiore, chiesa di Sant’Anna) o alla versione nella chiesa della Madonna del Ronco di Brienno, le teste degli angeli dell’affresco cavallaschino sembrano richiamare quelli presenti nella volta della cappella del Rosario della chiesa di Sant’Antonio a Morbegno27. Di grande fattura è la decorazione plastica che racchiude l’Immacolata Concezione: l’impianto sembra aderire ai modelli dello stuccatore- scultore Giovan Battista Barberini di Laino (1625-1692), in modo particolare nell’elaborazione della cornice a festoni vegetali vicina a quelle che avvolgono i tondi raffiguranti profeti e santi nella volta della chiesa di Santa Cecilia a Como, mentre i visi e i capelli degli angeli presentano una fisionomia e un’elaborazione che richiama il mondo barocco romano e in particolare i volti degli angeli di Gian Lorenzo Bernini; degno di nota è anche il particolare del drago, realizzato in stucco, posto sotto il crescente lunare della Vergine. È tuttavia possibile proporre un’attribuzione allo stuccatore Agostino Silva (Morbio Inferiore1628-1706)28 per evidenti analogie stilistiche con le sue opere certe. In particolare la realizzazione del nastro è analoga a quella presente nell’arco d’ingresso al presbiterio della chiesa di Sant’Anna a Morbio Superiore, così come le figure di angeli sono analoghe a quelli presenti nella chiesa ticinese. Il Bianchi da Como aveva inoltre collaborato spesso con i Silva nei cantieri lariani e ticinesi, quindi il lavoro cavallaschino confermerebbe il loro sodalizio; inoltre la famiglia dei Silva aveva come assidui committenti gli Odescalchi29, a queste considerazioni va aggiunto che Sabina Gavazzi Nizzola e MariaClotile Magni hanno attribuito gli stucchi della cappella del palazzo Imbonati proprio ad Agostino Silva che le avrebbe realizzate a partire dal 167530. A queste osservazioni se ne può aggiungere un’altra relativa alla progettazione del palazzo Imbonati: non sono ancora stati trovati documenti che possano attestare la paternità progettuale del complesso, ma si potrebbe forse avanzarne l’attribuzione allo stesso Agostino Silva per alcuni elementi che non sembrano certo frutto di casualità; secondo gli studiosi lo stuccatore ticinese avrebbe progettato la villa del conte Ippolito Turconi a Loverciano presso Mendrisio31, la madre di Giulia Odescalchi era una Turconi32- nobile famiglia comasca con una cappella nella chiesa domenicana di San Giovanni in Pedemonte33- quindi questo potrebbe aver contribuito alla scelta di un architetto già attivo per la nobile famiglia. Resta ancora problematico avanzare un’ipotesi di datazione: se nel caso degli affreschi del piano terreno è possibile, dati i legami con le vicende familiari Imbonati-Odescalchi, pensare a una datazione che risalga alla metà del XVII secolo, per questi si può proporre, come già avevo avuto modo di asserire, una datazione attorno agli anni ottanta del XVII secolo, come tributo da parte della cugina, alla venerazione della Vergine promossa da papa Odescalchi34. Dal ballatoio che corona lo scalone si accede alla sala più ampia di tutto il palazzo: il soffitto è a “passasotto” affrescato con decorazioni (cartocci vegetali), mentre lungo tutto il percorso della sala, al di sotto del soffitto, secondo una tipologia molto diffusa nelle dimore lombarde del XVII-XVIII secolo, si snoda un fregio a parete affrescato con tematiche mitologiche collegate all’ambiente marino, quadrature architettoniche, festoni, pilastri scanalati e balconate. I temi dipinti entro ricchi festoni vegetali sono il Ratto d’Europa (parete lunga a sinistra), il Trionfo di Nettuno (parete lunga a destra), il Ratto di Deianira (parete corta, verso l’ingresso) e la Fuga di Clelia (parete corta, il verso giardino). Gli episodi sono intercalati dalla presenza di una lussuosa balaustra con dipinto lo stemma delle famiglie Imbonati, Odescalchi, Peri e Serbelloni, sulla quale siedono putti che giocano con vasi di fiori35. Sul lato sinistro della sala c’è un grande camino con una decorazione a stucco composta da due figure allegoriche di difficile identificazione, poste ai lati di un grande cartiglio entro cui sono inseriti gli stemmi delle rispettive famiglie: in basso a destra quello degli Imbonati, a fianco quello dei Peri36, sopra quelli Odescalchi e Serbelloni37. Dal punto di vista qualitativo questa è senza alcun dubbio la sala con le decorazioni più belle di tutto il palazzo: l’anonimo artista palesa affinità sia nelle soluzioni compositive sia nella resa pittorica, con il tratto dei fratelli Stefano e Giuseppe Montalto, e non sarebbe certo errato pensare alla bottega dei maestri bergamaschi dal momento che Giuseppe era attivo a Como per la decorazione della cappella Odescalchi nella chiesa domenicana di San Giovanni in Pedemonte38. L’affresco raffigurante il Ratto d’Europa è l’episodio più importante del salone, lo stesso soggetto, pur con evidenti differenze stilistiche, è presente anche nella sala della Villa Turconi di Loverciano; il racconto è narrato nella Metamorfosi di Ovidio (II, 836-875) ed ebbe una vasta diffusione iconografica tra Cinque e Seicento, per la possibilità di raffigurare i singoli episodi di cui si compone la storia mitologica. Giove innamoratosi di Europa, principessa fenicia, assunse le sembianze di un toro e raggiunse la spiaggia dove Europa era solita trattenersi con le ancelle. Una volta conquistata la sua fiducia, ottenne che la fanciulla gli salisse sul dorso e mentre questa era intenta a coprirgli il capo di fiori, Giove balzò in mare e la rapì portandola a Creta dove in seguito visse. Nel riquadro in analisi sono raffigurate a destra le ancelle che osservano Europa in groppa al toro mentre cavalca i flutti; in alto a sinistra due puttini hanno tra le mani una ghirlanda di fiori. Il senso del procedere tra i flutti, è dato dal nastro svolazzante posto dietro Europa, e dal gesto in cerca di equilibrio della donna che richiama i versi ovidiani: «Ella s’impaurisce: rapita, si volge a guardare la spiaggia lontana; a un corno si afferra con la mano destra» (II, 873-875) Di elevata qualità è la caminiera in stucco (collocata sotto l’affresco raffigurante il Ratto d’Europa), molto vicina nei modi a quella del piano nobile di Palazzo Odescalchi a Como, realizzata da Agostino Silva39. Sulla parete lunga di destra è narrato il Trionfo di Nettuno: il Dio del mare è raffigurato in piedi tra le onde sul suo carro trainato da cavalli marini che si impennano e sta minacciando con il suo tridente i venti sotto forma di nuvole, sul carro è rappresentata anche Anfitrite che era stata rapita dal Dio del mare. Nel Ratto di Deianira, posto sulla parete corta verso l’ingresso, l’anonimo artista raffigura il centauro Nesso mentre sta rapendo Deianira moglie di Ercole; sulla parete corta, verso il giardino, è raffigurata la fuga di Clelia figura della mitologia romana che fu presa in ostaggio da Porsenna ma riuscì a fuggire con alcune compagne dal campo etrusco e attraversando il Tevere a nuoto raggiunse Roma. La sala successiva presenta la stessa organizzazione decorativa della precedente, con gli affreschi de Il Giudizio di Paride, Diana e Atteone, Perseo e Andromeda, Pan e Siringa, circondati da ricchi festoni sorretti da satiri seduti tra capitelli a volute sotto un lucernario da cui si scorge il cielo. Nei riquadri raffiguranti Perseo e Andromeda, Pan e Siringa due Amadriadi sono collocate ai lati della cornice e reggono festoni vegetali. Si tratta dello stesso artista che ha decorato la sala precedente vista l’analoga cifra stilistica. Nel Giudizio di Paride il principe troiano è raffigurato a sinistra mentre sta assegnando la mela d’oro a Venere, raffigurata con il piccolo Eros mentre Giunone procede verso Minerva seduta sulla destra dell’affresco con l’elmo in testa e a fianco i simboli delle arti. L’episodio di Diana e Atteone è tratto dalle Metamorfosi di Ovidio (Libro III, 138-253): il giovane principe Atteone andando a caccia nella foresta passò dalla grotta dove Diana e le sue compagne stavano facendo il bagno. Diana, essendo stata vista nuda, trasformò il principe in cervo. In questo fregio compare Atteone in primo piano a destra mentre si sta tramutando in cervo di cui ha già la testa, Diana è rappresentata al centro mentre getta in faccia l’acqua ad Atteone, sulla sinistra ci sono le compagne della Dea che osservano la trasformazione. La raffigurazione di Atteone con la testa da cervo sembra richiamare quella analoga realizzata da Parmigianino a Fontanellato tra il 1524 e il 1525. Nel riquadro raffigurante Perseo e Andromeda (Metamorfosi, Libro IV, 665- 739) è rappresentato sulla destra l’eroe greco mentre sta sorvolando il mostro in groppa al suo cavallo Pegaso, Andromeda è invece incatenata alla roccia.
In quello raffigurante Pan e Siringa (Metamorfosi, Libro I, 689-713) l’anonimo artista ha privilegiato il momento della fuga della amadriade Siringa, di cui non mostra la finale trasformazione, dalla divinità dei boschi dai piedi caprini. La scena è ambientata nel folto di un canneto con a fianco un corso d’acqua. La convulsa drammaticità dell’episodio si concentra sulla contrapposizione tra la figura di Pan che tende il braccio verso la giovane e quella della ninfa che mostra le braccia sollevate in senso di paura e impotenza. Due stanze di eguale ampiezza completano il lato sud del piano nobile; le decorazioni presentano la stessa partitura architettonica decorata: quadrature, festoni vegetali, nastri svolazzanti e putti che giocano con vasi di fiori che circondano ovali raffiguranti nella prima stanza, nella quale si riconoscono i ritratti del conte Giuseppe Maria Imbonati e della moglie Tullia Francesca Bicetti, le Arti (Musica, Scultura, Pittura e Letteratura) e nella seconda le Quattro Stagioni. Chiudono il programma decorativo due stanze con dipinti poco leggibili con vedute architettoniche e boscherecce. In un riquadro della prima stanza si può riconoscere il mito di Apollo e Dafne, mentre nell’ultima sala c’è la raffigurazione della villa stessa.

I problemi maggiori, che restano tuttora aperti, riguardano principalmente la datazione del complesso decorativo dell’intero palazzo, principalmente per la totale assenza di riscontri documentari. Tutto questo fa sì che si debba procedere per ipotesi basate su pochi indizi nell’elaborazione della cronologia del vasto apparato pittorico e nelle motivazioni che hanno determinato la scelta dei soggetti raffigurati. Resta dunque innegabile il ruolo primario svolto da Carlo Antonio Imbonati nell’edificazione del palazzo per evidenti riscontri cronologici (citati all’inizio dell’elaborato), e di fatto la villa fu l’espressione visiva e visibile del salto di qualità economico, dovuto alle indubbie capacità imprenditoriali di Carlo Antonio, e sociale dato dal matrimonio con Giulia Odescalchi, ma per quanto riguarda la decorazione pittorica del piano nobile è più probabile che spetti a momenti successivi e quindi alla committenza del figlio Giovanni Andrea e del nipote Giuseppe Maria. Le decorazioni mitologiche del piano nobile che occupano i due grandi saloni sono ascrivibili su basi stilistiche all’ultimo ventennio del XVII secolo, ciò potrebbe essere ulteriormente confermato dagli stemmi nobiliari posti sul camino tra cui anche quelli delle famiglie delle consorti dei due figli naturali di Carlo Antonio Imbonati; inoltre un riquadro raffigura il mito della Fuga di Clelia e Anna Clelia Serbelloni era il nome della moglie di Giuseppe Maria. Mentre gli affreschi delle sale successive (piano nobile) rivelano un carattere decisamente provinciale, nel ciclo mitologico la grammatica pittorica e l’elaborazione delle quadrature (realizzate da un valido quadraturista) sono aggiornate al linguaggio barocco di respiro lombardo. Nelle salette attigue ai grandi saloni i temi decorati, e cioè le Quattro stagioni, le Arti e i numerosi ricchi paesaggi (oggi quasi del tutto illeggibili), fanno pensare all’ambiente dell’Arcadia e quindi alla committenza di Giuseppe Maria Imbonati (come conferma il suo stesso ritratto) che potrebbe aver patrocinato anche l’esecuzione del portale in arenaria. A questo proposito giova puntualizzare che nell’ode scritta dal Bicetti40 si legge: «…Dal mio Vesalno in tante fogge ornata…». Vesalno Acreio era lo pseudonimo arcade di Giuseppe Maria, indicato come responsabile dei lavori di ornamentazione della villa. Terminando questa succinta ricognizione circa la genesi e la decorazione dell’edificio è necessario sottolineare come restino aperti e del tutto indagabili i campi di ricerca relativi alla passione collezionistica di Carlo Antonio Imbonati41 dal momento che nella sua collezione si trovavano due opere di Camillo Procaccini: il martirio di Sant’Andrea e il martirio di San Bartolomeo, come annotava Carlo Cesare Malvasia nella Felsina pittrice42; è altresi da indagare anche il ruolo che Giuseppe Maria Imbonati ebbe nel mondo del collezionismo dell’epoca considerato che era proprietario di un dipinto di Alessandro Magnasco raffigurante l’Assalto di briganti43. Un altro aspetto che deve essere considerato è il confronto con le ville e i palazzi limitrofi, come ad esempio villa Ciceri-Verga a San Fermo della Battaglia, villa palazzo Odescalchi a Parè, villa Raimondi-Odescalchi-Mantica a Gironico, di cui peraltro non esistono studi scientifici adeguati.

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Tentazione NO per ‘dimissionare’ il sindaco

Una ‘boutade’ al di sopra delle parti

Se l’esito referendario sull’incorporazione di Cavallasca a San Fermo sarà NO, Ronchetti, come promotore, sarà obbligato a dare finalmente le proprie dimissioni, in parallelismo al referendum nazionale sulla pseudo riforma costituzionale voluta da Renzi.
Così come a novembre i NO saranno soprattutto per mandare a casa un premier non eletto dal popolo che non ha mantenuto le promesse di rilancio della nostra economia, aprendo le frontiere a cani e porci, ad ottobre, chi voterà NO all’incorporazione, voterà NO al sindaco ed alla sua giunta,  al suo evidente tentativo di riciclarsi per altri 5 anni, eludendo quelle dimissioni che avrebbe già dovuto dare da un pezzo.

vittorio belluso

rongatti 3

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Fusione si-fusione no: le perplessità del prof. Manuini

Articolo del 23 maggio 2015
Integrazione fra Comuni

Come cittadino di Cavallasca leggo un giorno sì e l’altro pure della fusione tra Cavallasca e S. Fermo della Battaglia.
Ho letto fino ad ora solo giudizi entusiasti sulla fusione. Personalmente sono meno entusiasta ed un poco diffidente. I matrimoni per interesse solitamente, non essendo costruiti su fondamenti solidi, sono poco affidabili e poco capaci di sfidare il tempo; questo matrimonio mi sembra nasca in questo modo.

Non voglio fare il verso al Manzoni ripetendo quello che i Bravi dissero al povero don Abbondio “Questo matrimonio non sa da fare” ma invitare a riflettere attentamente prima di esprimersi, per me, con sommaria superficialità, valutando l’immediato e non riflettendo sul mediato.
L’accorpamento comunale è tema antico.
Ancora oggi molti si ricordano di Lieto Colle di mussoliniana memoria e molti compaesani registrano ancora questo toponimo sui loro documenti di nascita.
L’obiettivo delle fusioni comunali ha come scopo il risparmio delle spese correnti così da destinare le maggiori risorse a vantaggio dei cittadini. Principio encomiabile ed incriticabile, però …e molti sono i però.
Andiamo, seppur brevemente, con ordine e diciamo le cose come stanno.
Se non ci fosse l’obbligo della legge nessuno dei due “coniugandi” penserebbe neppur lontanamente, di sposarsi e quindi è lecito chiedersi:” Ma allora perché vogliono sposarsi?
Per S.Fermo la posta in gioco è altissima.
La mancata fusione con Cavallasca, sarebbe una catastrofe, finirebbe fagocitato da Como finendo declassato da Comune a Periferia.
I lauti, ingiusti ed ingiustificati introiti dei posteggi dell’Ospedale S. Anna , finirebbero in tutt’altra borsa della spesa. Addio a spese allegre dove la forma diventava sostanza. Per contro la fusione con Cavallasca garantirebbe oltre la sua sopravvivenza anche l’acquisizione di una posizione dominante che prima non aveva.
Qui a Cavallasca si vagheggia di maggiori entrate derivanti dalla possibilità di deroga dal patto di stabilità, maggiori entrate per la compartecipazione alla spartizione della “torta” dei posteggi dell’Ospedale, esenzione del balzello della sosta all’ospedale così ammalarsi per l’ex-cavallaschino diventa meno preoccupante (!?), riduzione delle imposte, insomma un bengodi di abbondanza.
Sarà, io rimango molto scettico proprio per questo eccessivo ottimismo.
Timidamente voglio ricordare ai cittadini di Cavallasca di essere consapevoli che la loro identità territoriale sarà poi gestita da altri. E’ come se il vicino di casa avrà diritto di partecipare alle decisioni che riguardano la nostra casa o il nostro appartamento. Non è un fatto di poco conto
Gli antichi ammonivano “ Nunquam est fidelis cum potente societas……”-l’alleanza con i potenti non è mai sicura…– e S. Fermo nei confronti di Cavallasca si troverebbe in una posizione dominante perché nelle scelte politiche si contano i voti e non si pesano.
In tutto questo dibattere non vengono per altro mai ricordati quali costi, quali sacrifici e quale situazione si prospetterebbe dopo l’integrazione. Per esempio : quale sarebbe l’ammontare dei debiti contratti per mutui dei due comuni? Quale sarebbe il costo del personale già di per sé non trascurabile per entrambi? Con quale anzianità? Quali livelli e quali mansioni si genererebbero? Quali unità verrebbero trasferite di sede? Sono omogenee le rendite catastali dei fabbricati nei due comuni? Quali risparmi certi si otterrebbero? Quali servizi si sposterebbero dalle relative attuali case comunali?
Invito i cittadini di Cavallasca a non scartare a priori un’altra alternativa; quella di fondersi con Colverde anche se potrà avvenire nel 2019. Anche in questo caso molti interrogativi si riproporrebbero ma almeno non si correrebbe il rischio di scomparire essendo l’integrazione composta da più comuni ed abbastanza omogenei tra loro sia demograficamente che territorialmente. In questo modo si realizzerebbe un maggior bilanciamento nell’amministrazione comunale e scusate se è poco.
Concludendo: visto che per completare l’iter di fusione i cittadini saranno chiamati ad esprimersi mediante referendum confido in un responsabile voto che tenga conto non solo del breve periodo ma soprattutto del lungo periodo.
Mi auguro solo che in caso di fusione con S. Fermo il nuovo comune non si chiami Sanfermasca come ho letto perché è cacofonico oltre che orribile. Mi permetto suggerire in alternativa come nome Comuni della Battaglia accomunandoli così almeno nella storia che hanno già in comune vissuto.

Luciano Manuini

colombirolo

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Altra inesattezza: i contributi dello Stato non sono 600 mila euro

Grazie all’aiuto di un cittadino che collabora con noi da anni mettendo nel nostro progetto la sua notevole esperienza, abbiamo appurato che sia il sindaco di San Fermo, che, soprattutto, quello di Cavallasca, si sono sbagliati nell’enunciazione della quantificazione degli incentivi di Stato che deriverebbero da una fusione per incorporazione di Cavallasca in San Fermo.
Il primo ha parlato di circa 300 mila euro, peccando di prudenza.
Il secondo del doppio, addirittura 600 mila.
In realtà, leggendo con attenzione il Decreto del 26 aprile 2016 del Ministero dell’Interno (immagine e link- clicca qui), il tetto di incentivo, si legge, è di 2 milioni di euro in 10 anni per ciascun Comune, indennizzato, e quindi maggiorato, di una piccola percentuale ogni anno.
Il che porta ad una cifra compresa fra i 4 e i 5 milioni di euro in 10 anni.
Sempre 4 o 5 volte superiore al debito contratto dall’inetta ed irresponsabile giunta cavallaschina, e quindi costituente una ‘dote’ tutt’altro che disprezzabile.
Ci si permetta un’ultima considerazione:
per anni la mia figura e così quella dei miei collaboratori sono state ridicolizzate, bollandole di incompetenza. (Chi gestiva il potere sapeva bene che le cose non stavano affatto così, ma troppo era il pericolo che la gente lo venisse a sapere, perchè per loro sarebbe stata la fine amministrativa, essendo noi, fin da subito, antitetici al sistema di potere e candidati alla sua sostituzione).
I fatti hanno dimostrato il contrario.
Ancora una volta sui siti ufficiali sono state scritte inesattezze grandi come case, a dimostrazione dell’incapacità di chi ci amministra dal lontano 2009, e la verità … la verità la potete leggere per prima sempre e solo qui, tramite me ed i miei preziosi collaboratori.

vittorio belluso

decreto

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Pronto il nuovo simbolo di idea per Due

Il duo Rongatti, ha ultimato proprio oggi le foto di rito del nuovo duetto, composto dai rappresentanti superstiti della ‘purga’.
L’obiettivo che la neo lista, che prende il nome di idea per Due, si pone, è ben rappresentare l’intera cittadinanza di Cavallasca, elettori di Cavallasca Futura e Forza Cavallasca compresi, nella appena eletta amministrazione di San Fermo della Battaglia.idea comune 2
Il duo Rongatti è pervaso dai più nobili intendimenti ed è convinto di essere quanto di meglio Cavallasca possa fornire in materia di rappresentanti politici, nel Comune di San Fermo.
Il simbolo della nuova lista civica -come si può notare – è coerente con quello da cui deriva, mentre la foto di gruppo è frutto di un sapiente gioco di specchi.

ider comune 2

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Bene la sagra di San Rocco, ma sulla prevenzione c’è ancora molto da fare

Al termine di questa splendida sagra apprendo dal giornale La provincia che ci sono state circa 9000 presenze. Con questo dato vorrei porre una riflessione all’assessore alla viabilità sempre che Cavallasca ci sia questa figura…
Caro assessore e cari lettori vorrei insegnarle una divisione 9000:2 (due perché è la media di persone per auto) = 4500 . Da 4500 le proporrei di dividere nuovamente per 16 (i giorni della sagra) = 281,25 che sarebbero la media di macchine per serata. Togliamone una trentina dicendo pure che siano residenti della zona e vengano a piedi , arriviamo a quota 251,25. Ecco caro assessore i posti auto se controllati e ben parcheggiati sono circa 130/135; le restanti 121,25 auto secondo lei dove vanno??
Il compito che hanno avuto i parcheggiatori è stato di straordinaria importanza e lucidità perché solamente grazie a loro anche nella sera del 14 L ambulanza è riuscita a salire e scendere senza problemi inoltre nelle altre sere sono riusciti a gestire senza uno straccio di ordinanza la viabilità di via alla torre in maniera eccelsa.
Ora mi chiedo perché non dare loro una ordinanza che li supporti chiudendo la strada a livello della provinciale qualora costoro lo ritenessero necessario? Mi sembra che non sia un operazione costosa come aprire via alla vetta o mettere un semaforo su via alla torre.. Caro assessore a lei la parola , le do un consiglio ringrazi i 3 parcheggiatori (Carillo , Belluso N. , Carughi) perché solo grazie a loro non ha una vita sulla coscienza !

Grazie
Un volontario

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Una poltrona per due 2

Sta per uscire in tutte le sale cinematografiche di San Fermo e di Cavallasca l’attesissimo remake del famoso film degli anni 80 che spopolò al botteghino: ‘Una poltrona per due 2

La pellicola è stata finita di girare in questi giorni ed è ora all’attenzione del sindaco Gianburrasca per il via libera alla distribuzione al botteghino.
La trama, è stata leggermente modificata per aggiornarla ai tempi.

Trama:rongatti 3

Un sindaco totalmente incapace di un ridente paesello della Brianza, tale Rongatti, subissato dai debiti che ha contratto la sua amministrazione a causa di una politica clientelare priva di investimenti produttivi che ha fatto felice poca gente ma in compenso ha lasciato nella emme tanta altra, è disperato. Non sa più cosa inventarsi.
Il capo dei capi lo ha salvato dal commissariamento, chiesto dalle opposizioni, appellandosi ad un ricorso al Tar di un’isola sperduta nel mare del Molise, ma non può salvarlo ancora.
Intanto, il debito cresce ogni giorno e il dubbio che all’incapacità si sia sommato il danno erariale, serpenteggia fra le file.
A poco o nulla è servito scaricare tutte le colpe del dissesto sulla responsabile del servizio, che è a casa e non può difendersi.
Tutto ad un tratto, un’offerta di incorporazione di Gianburrasca piomba sul duo Rongatti come un fulmine salvatore a ciel sereno: tutti i debiti li pagherà lui in cambio della sovranità.
Come fare per salvaguardare la poltrona, fare fuori le minoranze che paiono essersi coalizzate ed, ad un tempo, apparire come chi si è sacrificato per il bene della comunità?
Semplice:
Si fa – come sempre – tutto di nascosto: si dice una cosa, se ne fa un’altra. Il tutto nel più rigoroso silenzio. Guai se le opposizioni sapessero degli accordi strappati sottobanco in cambio della salvezza personale.
Al diavolo il bene comune!
Quel che conta, è solo il nostro!
Il 9 ottobre il film uscirà nelle sale.
Si prevede un buon successo di pubblico.

 

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Cresce il dissenso all’interno della maggioranza

Secondo alcune fonti, all’interno della maggioranza di idea Comune, starebbe crescendo il dissenso.
Non stiamo parlando del dissenso velato di Paolo Carpi e di Adriano Corradini già ufficializzato in Consiglio comunale, che non sono d’accordo sul procedere all’incorporazione in San Fermo nei tempi e nei modi imposti dal loro sindaco, ma di quello di altre figure, fino ad oggi tenute sempre ai margini e buone solo per alzare la manina, che hanno ormai compreso di essere sempre state tenute all’oscuro dal primo cittadino, che è riuscito a non essere sincero nemmeno con loro.
Come?
Non mettendole mai al corrente di quel che stava succedendo nelle ‘segrete stanze’, non confidandosi con loro – come sarebbe stato istituzionalmente corretto fare visto che si trattava di elementi della sua stessa maggioranza.
Ormai anche le figure di rincalzo di idea Comune hanno compreso che le decisioni non sono mai state prese in loro presenza, ma in altre sedi, non istituzionali, al cospetto e col concorso di figure non elette.
Di conseguenza, giustamente, tali persone si interrogano se non sarebbe il caso o meno che Ronchetti rassegnasse le dimissioni e si chiedono come mai ciò non sia avvenuto.

Se lo chiedono fra di loro ma non hanno il coraggio di uscire allo scoperto con un gesto eclatante.
Una mozione di sfiducia, per esempio, sarebbe chiedere troppo a persone inesperte e prive di personalità, ma che però cominciano a comprendere che, nel naufragio, anche il loro buon nome viene coinvolto e che passeranno alla storia di Cavallasca come coloro i quali hanno causato, con la loro ignavia, la fine di Cavallasca.
Ora è prevedibile che, dopo questo articolo, l’attore principale, (o il suo primo sottoposto candidato anch’egli ad una poltrona a San Fermo) così come già altre volte in passato, si premuri di chiamare il suo ‘gregge’ per dir di non dare ascolto alle ‘cazzate’ scritte sul blog del ‘farmacista’.
Ma sarà solo la conferma della veridicità di quanto scritto.

vittorio belluso

pasqua ronchetti

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